FELICE  CHI HA DIO E NON CHI HA COSE

(Le beatitudini del Vangelo)

Domenica VI per annum

 

            “Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante.  C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.

            Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:  Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.  Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.  Beati voi che ora piangete, perché  riderete.  Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.  Rallegratevi in quel giorno  ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli.  Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.

            Ma guai a voi,  ricchi, perché avete già la vostra consolazione.  Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame.  Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.  Guai quando gli uomini diranno bene di voi.  Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti” (Lc 6, 17ss).

 

            Gesù dice ripetutamente:  Beati, beati.  Beato vuol dire felice, contento.  Gesù chiama beati i poveri, gli affamati, coloro che piangono, gli odiati, i perseguitati, gli insultati.  E dà la ragione della loro felicità o beatitudine: 1) “Perché vostro è il regno di Dio”, 2)“perché la vostra ricompensa sarà grande”.  Le ragioni della beatitudine sono due: 1) una ricchezza interiore già in questo mondo (vostro è il regno di Dio) 2) e una ricompensa eterna (grande è la vostra ricompensa). 

            Il regno di Dio vuol dire l’esperienza religiosa cristiana, il godere Dio dentro di noi mediante la grazia santificante.  Tale esperienza raggiunge il culmine quando si conforma a Cristo che in croce sperimentò la pienezza della filiazione e disse:  Nelle tue mani, o Padre,affido il mio spirito.

            Per accettare il discorso delle beatitudini si deve avere una fede molto sviluppata che sa leggere nell’ interiorità dell’anima (là dove sta Dio, nel profondo del cuore); e un occhio lungimirante verso il destino eterno:  paradiso o inferno, felicità o sofferenza senza fine.

            Oggi è molto frequente la mancanza di vera fede anche in chi pensa di averla.  Crediamo davvero alle ricchezze senza calcolo dentro la nostra anima quando siamo in grazia santificante? Crediamo davvero quello che ci attende in cielo e per sempre, per sempre? 

Il nostro sguardo non deve essere rivolto tutto e solo al corpo, alla vita presente, al mondo materiale.  La visione del mondo materialista e ateo non è quella vera.   Gesù  annunzia un’altra visione e un altro modo di comportamento.  Il suo insegnamento ebbe molto successo.  Infatti, quando lui appariva in mezzo alle folle, attirava irresistibilmente la gente con le sue parole e con i suoi gesti divini.

            Dobbiamo credere che il mondo dell’interiorità è immenso.  Senza interiorità, l’uomo è niente.  Quando l’anima è piena di Dio è felice anche se tormentata da mille afflizioni.

Interrogate gli specialisti dello spirito, i Santi, leggete le loro biografie e troverete le meraviglie inaudite  sperimentate da loro.  S. Teresa d’Avila diceva:  Le gioie più belle di questo mondo appena sfiorano la veste, quelle di Dio entrano nel midollo delle ossa.

S. Veronica Giuliani scrive:  Ho passato una notte di tormenti e di dolce consolazione insieme con Gesù crocifisso. -  S. Teresa del Bambino Gesù dice:  Sentii un vero amore nel patire, tanto che il soffrire divenne la mia attrattiva:  vi scoprivo un incanto che mi rapiva l’anima.  E’ più che un piacere e un festino delizioso che mi riempie di gioia.

La sofferenza per amore di Gesù diventa grazia, gioia.  Sono tre parole inseparabili fra loro:  sofferenza, amore e gioia.  Dove c’è amore e abbandono in Dio, fede e speranza, ogni sofferenza è una gioia.  Questo intende dire Gesù quando predica:  Beati i poveri, gli afflitti, i perseguitati, i sofferenti per amore di Dio e in attesa di quella beata speranza che oltrepassa ogni intendimento umano e ogni desiderio. S. Paolo in uno scritto, che fa parte della Bibbia, dice:  Occhio non vide e cuore non sperimentò mai quello che Dio ha preparato per i suoi eletti.

            Dobbiamo credere che esiste una meraviglia impensata dentro il cuore dei seguaci di Cristo, che esiste un paradiso e un inferno.  Dobbiamo credere che Dio è tutto; che vale più avere Dio che il mondo intero.  Allora crederemo alle parole di Gesù sulla beatitudine:  non può essere felice chi si dona ai vizi.  E’ felice già in questo mondo un cuore puro e docile a Dio e non una persona che ha sempre il veleno sotto la lingua.

            S. Francesco d’Assisi disse:  E’ tanto il bene che aspetto che ogni pena mi è diletto. – Lui pure, alla notizia che si avvicinava la sua morte, esclamò:  Ben venga sorella morte.  Laudato sii, o mio Signore, anche per la morte corporale, dalla quale nessun vivente può scappare.  Guai a quelli che si trovano nei peccati mortali, beati quelli che si troveranno nella tua santissima volontà perché da te, Altissimo, saranno incoronati.

            E’ beato chi ha il regno di Dio nel cuore.  Dice Gesù:  Vostro è il regno di Dio.  Di chi? Dei poveri, degli afflitti, dei sofferenti, dei perseguitati.  Perché?  Perché attraverso la croce si purifica la persona dall’egoismo, dal materialismo.  NON ESISTE GIOIA IN QUESTO MONDO SENZA SOFFERENZA.   Solo chi soffre purifica se stesso dal male e gode la gioia di Dio nel cuore; e nessuno gliela potrà togliere mai. 

            Chi è felice o beato?  Chi ha denaro, stima, affetto?  S. Teresa d’Avila dice di tutto questo:  “Ombra, paglia, vento, rametti di rosmarino secco, giochi da bambini”.  Vorrei aggiungere:  pugno di mosche in mano, sabbia per i polmoni e fango male odorante!

            Il Vangelo oggi  lancia un annunzio, fa conoscere una bella notizia,  la più bella data all’umanità, quella portata da Gesù:  la felicità è nel profondo del cuore, nell’interiorità piena di Dio e nell’eternità, ultimo e definitivo approdo della vita umana.

            Il mondo vive in una grossa e tragica bugia.  Presto o tardi ci si rende conto del vuoto e si grida disperatamente:  Chi vale la vita?  Vale la pena seguire Gesù.  E’ meglio essere che apparire, vivere la gioia del cuore e la speranza che ci attende nell’eternità.

            Seguire il Vangelo significa mettersi su una strada che impegna, che costa, che fa soffrire.  Ma quello che costa vale, ciò che non costa niente non vale nulla.  Ride ben chi ride ultimo, dice il proverbio.

            Per raggiungere Dio è necessario il sacrificio.  Ma perché?  Perché non siamo nella verità.  Siamo nella bugia, nel peccato, nell’allontanamento dal vero noi stessi come Dio ci ha creati. 

            Gesù vuol dire:  Sei povero, sofferente, perseguitato, umiliato…  Tutto è frutto del peccato che crea queste situazioni.  Entra nella purificazione del tuo peccato accettando la terapia del contrario:  alla mania del piacere poni il sacrificio, alla mania del potere poni l’umiltà, alla mania dell’avere poni la povertà.  E allora la povertà è già inizio di guarigione e tu cominci a godere fin d’ ora, sei beato, sei inizialmente felice.  Beati voi, che accettate la sofferenza purificatrice, dice Gesù, poveri coloro che fanno i gaudenti e si privano della vera gioia, guai a loro.

            La sofferenza non ce la toglie nessuno e neanche Dio. Egli vuole il nostro vero bene e non ci risparmia la correzione.  La sofferenza dunque è  necessaria come il pane, l’acqua e l’aria.  Gesù ci rende felici insegnandoci a saper soffrire.    Beato chi sa soffrire lodando Dio e abbandonandosi al suo santo volere che è volere il nostro bene.

            Punto primo:  la sofferenza è necessaria.  Punto secondo: il soffrire non dipende dagli altri, ma dallo stato di peccato in cui ci troviamo tutti; e da cui dobbiamo purificarci.

ORA FACCIAMO UNA SOLA APPLICAZIONE PRATICA:  da dove vengono le liti in famiglia, nel lavoro, nelle chiese?

Dal non voler soffrire, dal non riconoscere che tutti siamo colpevoli, dall’accusare gli altri, e non se stessi, dal non rassegnarci ad accettare il sacrificio, ma pensiamo e ripetiamo che gli altri sono colpevoli e pensando aumentiamo la dose dell’accusa altrui.

            1) Tutti facciamo il male, anche senza accorgerci.   2)  Non vogliamo accettare la sofferenza che ci purifica dal male. 3) Non freniamo la guerra appena ce ne accorgiamo, ma la moltiplichiamo con fantasie, pensieri, supposizioni:  sai perché quella agisce così?  Per mettersi in mostra, per comandare.

           Vi mostro come e perché nascono le liti.  Spesso siamo nervosi, tristi, di malumore.  Fin qui non c’è  gran male. Se  viene una persona a parlarci di qualche cosa che ci urta,  non rispondiamo dolcemente, ma  con impazienza.  Mettiamoci in mente che la colpa non è di chi è venuto a parlarci.  La colpa è dentro di noi.

L’altra persona subito AUMENTA il male, lo moltiplica con la fantasia, anche se non se ne rende conto.  Racconta a se stessa o ad altri il fatto e non dice:  Ha risposto urtato, - ma moltiplicando la dose, dice:  Mi si è rivoltata come una vipera. - E così cresce il male e invece bisognerebbe ESTINGUERLO QUANDO PRIMA. 

Non si è voltata come una vipera (è esagerato).   Però anche tu non hai risposto dolcemente, ma hai fantasticato nella tua mente:  Vuole comandare, vuole mettersi in mostra, vuole …tante cose che non sono state mai pensate.  E che cosa hai aggiunto ancora?  Ora gliela faccio pagare al doppio.  Cresce l’incendio!  E cresce sempre più, se non si ha il coraggio di spegnere quando prima il fuoco della malignità.

Al male si risponde con male moltiplicato dalla fantasia.  E vogliamo avere ragione. E non pensiamo che anche noi abbiamo fatto il male rispondendo male e moltiplicandolo nella nostra fantasia e raccontandolo agli altri invece di tacere e soffrire e purificarci.  Il male proprio non si percepisce, e spesso senza accorgersi.  E si vede bene nel raccontare il torto subito.  Non si parla di quello causato.  L’altra parte invece vede chiaro il torto ricevuto e lo proclama ad alta voce ed esagerando.

E non finisce qui, ma ancora  si pensa e si ripensa e si moltiplica il male altrui e si tace quello proprio.  State sicuri sempre che quando c’è una lite non si può mai separare nettamente ragione e torto.  C’è ragione e torto da una parte e dall’altra.  Il male proprio si dimentica, quello altrui si esagera e si ripete e si racconta esagerato:  “Si è voltata a me come un orso, me ne ha detto un sacco e una sporta”.  - Sì ha risposto, ma non ha detto proprio un sacco e una sporta.  Ha risposto con impazienza, ma non è stato un orso.

Come vedete, è tutto frutto di mutua colpa e di grande fantasia.  Diciamo:  Mi ha trattato come uno straccio.  E non è vero, ma ha risposto con i nervi, tant’è vero che neppure si ricorda di aver risposto così.

Dobbiamo far di tutto per spegnere quando prima le liti.  Dobbiamo di far di tutto per non ragionarci sopra e fantasticare; non raccontare e moltiplicare la descrizione.   Altrimenti vengono fuori guerre e lotte senza fine  - e da che cosa?  Da una semplice risposta urtata e niente più.  Tutto il resto è moltiplicazione e fantasia, mancanza di pazienza e comprensione fraterna.  Dobbiamo capire che tutti facciamo il male e che bisogna spegnere le liti quando prima possibile.  Senza comprensione benevola e con le moltiplicazioni  si arriva a odi, disprezzi,  ingiurie, cattive risposte  senza fine e   perché?

           Dobbiamo riconoscere i propri torti, accettare il sacrificio, spegnere quando prima i focolai accesi. Allora potremo udire le parole del Vangelo:  Beati, voi perseguitati, sofferenti e afflitti.  Voi siete beati proprio perché soffrite; e così vi  purificate e siete felici, sereni e fraterni nel cuore del Padre.