Nel Credo diciamo che Gesù è
“salito al cielo e siede alla destra del Padre”. La Bibbia dice: “Chi mai è salito al cielo?” per
indicare che è una cosa impossibile. Salire al cielo è stato il sogno di tutta
la storia umana, sogno mai realizzabile. Eppure Gesù fece l’impossibile salendo
al cielo e per di più vi introdusse tutta l’umanità.
Ma che cosa vuol
dire precisamente la frase idiomatica o simbolica “salire al cielo”? Significa diventare simili a Dio. Noi possiamo diventarlo se accogliamo
Gesù mediante i sacramenti; con
essi egli riversa la vita divina in noi.
Gesù per salire
al cielo dovette prima discendere nelle profondità della terra, essere sepolto
sotto terra. Nella passione, Gesù
fu umiliato al di sotto di tutto il genere umano, nella pasqua fu elevato al di
sopra di ogni creatura. Il corpo di Gesù (insieme con la sua anima umana)
divenne “celeste” cioè divino ossia assunse caratteristiche che sono solo di
Dio, quali, per esempio, l’impassibilità, l’immortalità, lo splendore e la
gioia. Questa è essenzialmente
l’ascensione di Gesù in “cielo” o in “Dio”. E’ una trasformazione della sua umanità;
non è un cambiamento di luogo, ma
di stato. Noi con il
battesimo e con gli altri sacramenti incominciamo ad essere “divini” e cioè in
cielo.
La glorificazione
dell’umanità di Gesù avvenne con la risurrezione. Da allora è stata collocata alla destra
di Dio, cioè nella stessa gloria ed è in cielo. Essenzialmente la risurrezione e
l’ascensione si equivalgono. La
sola differenza sta in questo che Gesù risorto per quaranta giorni apparve molte
volte ai discepoli e mangiò con loro per assicurarli della sua gloria e per
continuare l’istruzione. Quelle
rivelazioni erano soprannaturali, non erano frutto della capacità umana. Gesù
diminuiva la sua gloria per avvicinare a sé i discepoli, che altrimenti non
avrebbero potuto sopportare la grandiosità del suo divino splendore. A Paolo invece apparve dopo i quaranta giorni e gli si
manifestò in maniera molto più gloriosa:
oscurò il sole a pieno mezzogiorno e accecò il
veggente.
L’ ascensione non
riguarda solo Gesù, ma tutto il genere umano. Egli PER NOI si è fatto uomo (è
disceso dal cielo), PER NOI è morto (entrando nelle profondità della terra, anziché stare in cielo), è risorto
risalendo alle altezze divine PER INTRODURRE ANCHE NOI NEL CIELO ossia nella
divinità. E così la vita umana
diventa divina. Quale sorte mai
l’uomo poteva desiderare o immaginare?
Quale fortuna più grande?
Questa fortuna è alla portata di tutti. Basta unirsi a Cristo (con i sacramenti)
e restargli fedeli.
Se riuscissimo a
costruire città (non una sola) nello spazio della stelle e se le facessimo di
oro e di pietre preziose, non raggiungeremmo un millesimo di ciò che Dio
incomincia a realizzare dentro di noi con la grazia santificante.
LA RISURREZIONE
DI GESU’ HA TRE ASPETTI INSEPARABILI FRA LORO. Essi sono:
1) Gesù ritorna in vita o RISORGE
(risurrezione) e cioè 2) assume un’umanità nuova che entra anch’essa nella sfera
del divino o ASCENDE IN CIELO (ascensione). Per tutto questo Gesù 3) è capace di
COMUNICARE la sua sorte a quanti si uniscono a lui con i sacramenti (pentecoste o dono del suo Spirito Santo
e della vita divina). Gesù divenne
risorto e datore di risurrezione (manda lo Spirito Santo).
1)
Risurrezione, 2) ascensione
e 3) pentecoste sono tre aspetti dell’unico mistero pasquale.
I TRE ASPETTI
DELLA RISURREZIONE SONO INSEPARABILI, ma vengono celebrati in tre date diverse:
pasqua, ascensione, pentecoste.
Sono
inseparabili. Infatti il vangelo di
Luca dice che Gesù ascese al cielo lo stesso giorno della risurrezione (Lc 24,
50). Giovanni dice che, lo stesso
giorno, effuse lo Spirito Santo e diede potere di rimettere i peccati (Gv 20,
22). Però Luca in un altro libro
che scrisse (Atti degli Apostoli) dice che quaranta giorni dopo la pasqua Gesù
si fece vedere ascendere in cielo.
Ascensione
essenziale e ascensione sperimentale
Esiste dunque
un’ascensione essenziale (inseparabile dalla risurrezione) e un’ascensione
sperimentale o visibile, avvenuta quaranta giorni dopo.
In quei quaranta
giorni prima dell’ascensione, la gloria dell’umanità di Cristo restava come
velata sotto i tratti di un’umanità ordinaria per dare possibilità ai discepoli
di sperimentarlo ed essere poi testimoni della sua risurrezione. L’ultima apparizione termina con
l’entrata irreversibile nella gloria divina simboleggiata dalla nube luminosa o
gloriosa in cui è avvolta per sempre l’umanità di Cristo. La nube è simbolo della divinità. Era una nube divina e molto più
splendida del sole. Nella
trasfigurazione quella nube aveva avvolto l’umanità di Gesù soltanto per un
istante. Nell’ascensione lo avvolse
per sempre e irreversibilmente.
Così Gesù entrò in cielo oppure (è la stessa cosa) sedette alla destra
del Padre, nella stessa condizione del Padre. E’ nel pieno dominio proprio della
divinità a cui fu associata anche l’umanità personale di
Gesù.
Colui che ascese
fino a Dio è sempre con noi
Quando il Figlio
di Dio “discese” in terra, si incarnò, non abbandonò il Padre o il cielo o la
divinità. Quando “ascese” non
abbandonò la terra né i suoi discepoli.
Tant’è vero che Luca, alla fine del suo vangelo dice che i discepoli
erano pieni di gioia proprio per l’ascensione di Gesù.
Anzi egli domina
tutto il cosmo
Il corpo umano di
Gesù è collocato al di sopra del cosmo, sopra ogni creatura terrestre, umana e
angelica. Egli è il gran sovrano
che guida tutta la storia verso Dio ossia verso la
salvezza.
Genesi 1, nel
primo capitolo della Bibbia c’è scritto:
L’uomo deve dominare la terra.
Con la ribellione a Dio mediante il peccato, si perse il dominio del
cosmo. L’uomo fu vittima ( e lo è
tuttora) di diluvi, terremoti, guerre, odi… Ora l’uomo-Dio Gesù riprende il dominio.
E’ vero che ancora la volontà
ribelle dell’uomo ritarda il bene.
Ma la storia ha preso una svolta decisiva con la risurrezione-ascensione
di Cristo. Essa è irreversibilmente
diretta verso la vittoria della risurrezione.
Ha detto
Gesù: “Vado a prepararvi un
posto.
Poi ritornerò e vi prenderò
con me. Nella casa del Padre mio ci
sono molti posti “ (Gv 14, 3…).
L’ascensione deve
portare nel cuore una nostalgia struggente per correre quanto prima là dove si
trova ogni gioia, dove Cristo ci ha preceduti e ci ha preparato un posto
inimmaginabile. Non esiste papà o
mamma amorosi e facoltosi che possano preparare per i figli cose più belle,
meravigliose quanto quello che Dio ha preparato per noi fin
dall’eternità.
La nostalgia del
cielo viene dalla fede. Più essa
viene coltivata e più la nostalgia diviene forte e irresistibile. Così leggiamo nelle vite dei santi.
Alla nostalgia bisogna
aggiungere la carità e il sacrificio.
Non si può andare in paradiso da soli. Non siamo figli solitari, ma siamo figli
di Dio con una moltitudine immensa. Dobbiamo fare di tutto per aiutare coloro
che sono lontani dal messaggio cristiano.
Dobbiamo essere testimoni di Cristo davanti a coloro che non lo
credono. La testimonianza si compie
soprattutto con il sacrificio di sé.
Il sacrificio
deve rendere il nostro amore più puro, sincero, vero e forte e contagioso. Gesù ha detto: “Andate in tutto il mondo e predicate il
vangelo ad ogni creatura” (Mc 16, 15).
Mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra” (Atti 1,
8).
“La nostra patria è nei
cieli
di là aspettiamo come
salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero
corpo per conformarlo al suo corpo glorioso in virtù del potere che ha di
sottomettere a sé tutte le cose” (Fil 3,20s).
Patria viene da
padre e vuol dire casa paterna, il luogo dove siamo nati e cresciuti sotto
l’affetto caldo dei genitori. E’ il
nostro nido, l’ambiente naturale ove ci troviamo bene, il punto di appoggio, la
base su cui la vita è piena, rigogliosa, felice, dolce,
amabile.
Con quanto
affetto i genitori stringono al cuore i figlioletti? E i piccoli quanta gioia hanno di stare
con loro? Che felicità, che
conforto e che sicurezza! Il Padre
che è nei cieli è la fonte di ogni amore e di ogni sicurezza. Egli ci ama infinitamente di più. E noi siamo immensamente più felici,
sicuri, fortunati in lui.
Noi abbiamo le
radici in Dio e non sulla terra, lì e non qui, anzi saremo infelici finché non
riposeremo nel cuore del vero e grande Padre. Allora troveremo la pienezza di
noi stessi. In terra siamo inquieti
perché collocati fuori del punto naturale di appoggio e di vita, di sussistenza
e di conforto.
Il più deve
venire ancora, il più non si vede, ma si attende con speranza perché speriamo in
Colui che ci ha creati, che ha dato per noi la vita, ci ha redenti e ci ha fatti
figli. Ci ha preceduti per
preparare un posto e renderci completamente come lui è: Dio, uomo, risorto,
glorioso.
Finché vivremo
nel mondo, potremo provare solo degli assaggi di quello che può essere la futura
e stabile dimora. Sono semplici
annunzi molto lontani dalla realtà:
la vita di famiglia più pacifica e affettuosa, la gioia della salute,
degli affetti, delle amicizie… Il
fondamento di ogni amore e di ogni esistenza è Dio solo. Ed egli si è fatto mio
padre.
Devo dunque
vivere di forte nostalgia verso quello stato e quella forma di vita che ci è
destinata per sempre, che è stata inaugurata dall’uomo (e Dio) Cristo Gesù, mio
salvatore: “Quale gioia quando mi
dissero: Andremo nella casa del
Signore. E ora i nostri piedi si
fermano alle tue porte, o Città santa di Dio” (Sal 121,
1ss).
“Uomini di Galilea, perché
state a guardare il cielo? Questo
Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo
stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.
Non occorre guardare verso il cielo
lontano per incontrare Gesù. Egli
è nei nostri cuori. Con l’ascensione si è fatto più vicino
mediante lo Spirito Santo che abita in noi per il battesimo. Con lui sono anche il Padre e il Figlio
che sono inseparabili e formano una sola divinità tripersonale.