PURI E ONESTI NEL PIU’ PROFONDO DELL’INTERIORITA’
L’esterno
deve riflettere un cuore puro altrimenti è ipocrisia
Domenica
VIII per annum C
“Gesù
disse ai suoi discepoli una parabola:
Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una
buca? Il discepolo non è da più del
maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo
maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolgo la pagliuzza che è nel tuo occhio, - e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che
faccia frutti buoni. Ogni albero
infatti si riconosce dal suo frutto;
non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono trae fuori il bene dal buon
tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male,
perché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Lc 6, 39ss).
Cuore buono e cuore cattivo e ipocrita.
Nel brano del Vangelo ci sono due parole che stanno alla base del
discorso di Gesù: la parola cuore e il suo contrario ipocrisia.
Dice Gesù: L’uomo trae fuori il bene dal suo cuore. La bocca parla dalla pienezza del cuore. Il cuore significa l’intimo di noi, il profondo della personalità e non l’esterno che può essere contrario a ciò che noi siamo nell’interno. In questo caso siamo ipocriti, falsi, bugiardi. Possiamo ingannare il prossimo, ma non Dio che vede nel profondo del cuore. A lui è noto con chiarezza solare anche un pensiero o un desiderio di sfuggita. La morale evangelica insegna che il peccato non è soltanto quello delle parole, opere e omissioni, ma anche dei pensieri. Si può commettere anche un peccato mortale se si accetta nella mente e nel cuore quello che Dio non vuole, s’intende che sia una cosa proibita sotto peccato grave e che ci sia piena avvertenza e deliberato consenso.
Se siamo buoni nel cuore, tutta la persona è buona. Se il cuore è cattivo, l’esterno è semplicemente bugia che ha le gambe corte. Dice infatti Gesù: Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni.
Tra gli uomini spesso appaiono persone che fanno da maestri e da moralizzatori, ma dentro sono sepolcri imbiancati che contengono marciume. Allora avviene che quegli ipocriti (ossia falsi buoni) si atteggiano da maestri di bontà e criticano aspramente ogni piccola cosa che vedono negli altri, ma non vedono il marcio che è dentro di loro. Gesù dice: Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello o prossimo e non t’accorgi della trave che è nel tuo occhio?
Gesù dà un ammonimento ai suoi discepoli: Guardatevi da quei falsi moralizzatori della società: sono ciechi e guide di ciechi. Può un cieco guidare un altro cieco? Cadranno tutti e due in una fossa.
Queste parole di Gesù ci impongono: 1) di essere davanti agli uomini come davanti a Dio. Non possiamo ingannare Dio, non dobbiamo neanche ingannare gli uomini. L’uomo vale quanto è davanti a Dio e nulla più. Questa è la chiarezza evangelica che deve essere osservata dai discepoli di Gesù. Dobbiamo essere chiari davanti a Dio e al prossimo, puri e onesti nel profondo del cuore e non all’apparenza.
2) Per essere come Gesù vuole è necessario che facciamo spesso l’esame di coscienza. Capita talvolta che anche persone buone dicono: Io non faccio peccati. – Ma se si parla con i familiari, con gli amici, i conoscenti, quanti difetti vengono notati! Perché? Non sono abituati a fare l’esame di coscienza, hanno una vita superficiale, non entrano mai nel profondo del cuore per scrutare pensieri, sentimenti e desideri, noti solo a Dio.
Per fare questo è necessario che ci sia un esercizio costante che ci insegna a vedere dentro di noi, guardare i nostri difetti e non quelli degli altri. L’esercizio però non basta. Ci vuole una grazia speciale che si deve chiedere con insistenza nella preghiera.
In pratica ci si deve mettere davanti a Dio in clima di preghiera e di sincerità come la presenza di Dio esige. A Dio non si possono dire bugie. Purtroppo le diciamo a noi stessi e tentiamo di dirle anche a lui. Ricordate la preghiera del fariseo: Io non faccio male a nessuno, gli altri fanno tanto male. O Dio, ti ringrazio ché non sono come gli altri.
Ipocrita, dice il Vangelo, vedi che nel tuo occhio c’è una trave così grossa che non ti permette di vedere quegli enormi peccati che però sono visti molto bene dagli gli altri.
3) L’esame di coscienza non deve vedere soltanto i difetti, ma anche le profonde motivazioni delle nostre azioni. Purtroppo ci sono più peccati che azioni perché ogni azione spesso è motivata da superbia, orgoglio, vanità, egoismo, odio, vendetta…
4) Infine, la moralità evangelica, oltre ad essere interiore, è anche soprannaturale.
La morale del Vangelo è interiore e soprannaturale.
La religione cristiana è stata portata nel mondo da Gesù che è Dio. Questo nostro Maestro esige dai suoi discepoli la sua stessa levatura spirituale: “Il discepolo sarà come il suo maestro”. Un’altra volta aveva detto: “Siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli”.
E’ un ideale talmente alto e divino che non si può sognare senza un intervento continuo di Dio su di noi. E’ un miracolo di trasformazione dell’uomo al rango di Dio o elevazione alla super-natura o soprannaturalità.
La religione cristiana compie questo miracolo. Religione è parola latina che vuol dire
legame tra Dio e l’uomo. Questo
legame nella religione cristiana raggiunge un vertice mai sognato. Infatti Gesù vuole che siamo perfetti
come è Dio nostro Padre e simili a
lui nostro Maestro.
Questo è
possibile perché ha detto Gesù: Io
sono vite e voi tralci perché scorre la stessa vita in voi e in me. - Tra Cristo e i cristiani c’è identità
di vita divina. Noi diventiamo
cristiani quando riceviamo la vita divina mediante il battesimo. Allora riceviamo lo Spirito Santo cioè
quella persona divina della SS.Trinità che è amore e sentimento divino
personificato.
Per
capire questo è necessario pensare quello che è lo Spirito Santo nella
SS.Trinità. Il Padre e il Figlio
amandosi fanno sbocciare l’Amore divino persona, lo Spirito Santo. Egli è quello che nella esperienza umana
si chiama sentimento, amore, calore vitale e amoroso. Quando diventiamo cristiani
riceviamo lo stesso Spirito, lo stesso Amore che è in Dio: amiamo
divinamente.
Lo
Spirito Santo fa in noi quello che operò in Maria SS., ci fa incarnazione di
Gesù, figli di Dio e tesi verso il Padre come Gesù. E così, oltre tutto, noi possiamo amare
Dio e il prossimo con l’amore divino che è la persona Spirito Santo presente nel
Padre e nel Figlio.
La religione cristiana, dunque, raggiunge altezze divine e profondità vera fino al cuore, ove entra
Dio solo e noi se viviamo la vita divina.
Dio è
verità assoluta e non può sopportare le bugie; egli vede nel profondo del cuore
e vuol trovare la bontà a partire da quella interiorità che tocca l’essenza
dell’uomo.
Gesù, bontà e santità infinita, legato a
noi vita e vita, non può soffrire che siamo buoni solo all’esterno, davanti al
mondo, per “salvare la faccia”. No,
egli vuole che il bene sia integrale, totale, DIVINO, perenne e a partire dal
più profondo di noi stessi, là dove abita la radice di noi stessi e della
personalità, il cuore, la nostra più intima interiorità E DIO STESSO PADRE,
FIGLIO E SPIRITO SANTO.
Dio non sopporta ipocrisie, finzioni, bugie, apparenze, falsità, bontà
solo esteriore come i sepolcri
imbiancati, che contengono morte e sono fonte di innumerevoli epidemie sociali. L’immoralità del cuore è la ragione
delle rovine che si vedono nel mondo.
La loro origine è nascosta, ma il suo influsso deleterio è
fortissimo. Chi ha il cuore
corrotto non potrà mai fare alcunché di bene.
Dice Gesù: Non c’è albero
buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero si riconosce dal suo
frutto: non si raccolgono fichi
dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo trae fuori il bene dal buon
tesoro del suo cuore. La bocca
parla dalla pienezza del cuore.
Il mondo purtroppo cerca apparenza, spesso inganna, sempre è infelice
perché la bugia e l’ipocrisia rodono la felicità delle
persone.
Quanti moralizzatori pretendono di fare da guida alla altre persone. Dice Gesù: Può un cieco guidare un altro
cieco? Cadranno tutti e due nella
fossa. – Senza la visione del Vangelo è difficile trovare chiarezza, integrità
di moralità e bene sincero e pieno.
Il cammino dell’uomo verso la pienezza l’integrità
morale.
Nella Bibbia viene registrato il cammino progressivo della religiosità rivelata fin dai primi passi dell’Antico Testamento. Questo cammino si può riscontrare anche oggi in varie forme di religiosità. Alcuni si fermano a gesti di religiosità, a offerte di cose materiali. Altri riescono ad andare oltre e coinvolgono i sentimenti personali al senso religioso. Ma nessuno potrà mai rendere divino il suo sentire religioso perché solo Dio lo può fare e lo ha fatto esclusivamente nella religione cristiana.
La prima
espressione di religiosità, già nell’Antico Testamento, si presenta con
l’offerta alla divinità di doni materiali:
animali, campi, tempo.
Animali in sacrificio, luoghi di culto e consacrati alla divinità, tempi
sacri da rispettare e da santificare.
E’ la prima espressione religiosa.
E’ l’epoca della religiosità materiale.
In
seguito Dio fece capire che gradiva soprattutto l’offerta di sé. Egli non aveva bisogno di cose perché
era suo tutto quello che esiste.
Inoltre la Bibbia dice che il vero Dio di Israele non mangia come
pensavano i pagani dei loro dei.
Perciò Dio disse: Dammi
quello che io non ho. Che cosa non
ha Dio? La nostra volontà. Egli ci creò liberi e vuole essere
servito liberamente e con vero amore e affetto filiale. Dio fece fare un salto di qualità alla
religiosità: da una religiosità
materiale si passa a una più personale, più umana, più interiore. Quando l’uomo sottomette la propria
volontà a Dio, gli fa l’omaggio più gradito dell’uomo. DIO GRADISCE PRIMA DI TUTTO LA NOSTRA
PERSONA E POI LE NOSTRE COSE. E’ la
religiosità della personalità e dell’interiorità. Quella sottolineata dal brano evangelico
che meditiamo.
Poi con il Nuovo Testamento, Dio ci ha insegnato un’altra religiosità
ancora più elevata, quella di dare a Dio non cose, non la persona umana, ma LA
PERSONA DIVINA DEL FIGLIO FATTO
UOMO, venuto nel mondo e vissuto in contesto umano. Ecco il sacrificio di Gesù. Egli, secondo la Bibbia, dice: Non hai gradito sacrifici di animali, io
ti offro il sacrificio del mio corpo e del mio cuore obbediente fino alla morte
e alla morte di croce come supremo omaggio religioso e come gesto salvifico e
redentoriale di tutta l’umanità.
Il sacrificio di Gesù può e deve essere offerto da ogni persona umana in
quanto unita a Cristo vita e vita come avviene nel battesimo e come si esprime
nella S.Messa o Eucaristia.
Partecipando alla messa con la comunione, allora siamo un solo corpo e un solo
sangue con Gesù offerto in sacrificio e noi con lui.
Ecco ora possiamo comprendere la religiosità del cuore di cui parla il
Vangelo. E’ la religiosità
prettamente cristiana e cioè purificata nell’ interiorità umana e arricchita di
grandezza divina. Nell’intimo di
noi abita lo Spirito Santo, lo Spirito o i sentimenti filiali e divini di
Gesù. Noi diamo a Dio non solo le
nostre cose, ma soprattutto noi stessi, non solo l’omaggio della persona umana,
ma la persona umana divinizzata dal legame vitale e divino con
Gesù.
Una religiosità perché sia vera deve portare a scrutare dentro il cuore,
nelle cavità più profonde del nostro essere, là dove è racchiuso ogni male. Dice Gesù in un altro brano: “Dal cuore escono tutte le cose cattive:
adulteri, inganni, odi, omicidi, furti ecc”.
Purtroppo abbiamo gli occhi fissi verso gli altri ed è quasi impossibile
rivolgerli verso di noi. Come è
impossibile senza specchio vedere il proprio volto, molto di più è difficile
vedere le proprie colpe.
Dice la prima preghiera della liturgia odierna: La tua parola, o Dio, ci aiuti ad agire
con saggezza e a non diventare giudici presuntuosi e cattivi del prossimo, ma
operatori instancabili di bontà e di pace.
Nella misura in cui giudichiamo gli altri siamo incapaci di introspezione
e di giusta valutazione soprattutto dei nostri torti.