RIMANERE NELL’AMORE CHE E’ CRISTO
Domenica VI di Pasqua –
C
“Gesù disse ai suoi discepoli: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non si a turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate” (Gv 14, 23ss).
“L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi
mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente
della gloria di Dio. Il suo
splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro
cristallino. La città è cinta da un
grande e alto muro con dodici porte:
sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle
dodici tribù dei figli di Israele.
A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e
ad occidente tre porte. Le mura
della città poggiavano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei
dodici apostoli dell’Agnello. Non
vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono
il suo tempio. La città non ha
bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la
illumina e la sua lampada è l’Agnello.” (Apocalisse 20,
10ss).
Gesù dice: Se uno mi ama,
osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo e prenderemo
dimora presso di lui.
Un’altra volta Gesù aveva detto:
Anch’io osservo la parola del Padre e rimango nel suo amore. - Poi aggiunse ancora una frase che rivela
tutto il mistero meraviglioso: Non
vi chiamo servi, ma amici perché tutto quello che ho udito dal Padre mio l’ ho
fatto conoscere a voi.
Che cosa ha udito Gesù dal Padre suo? Qual è la parola importante
che sintetizza tutto il discorso tra Padre e Figlio? La sintesi del discorso di Dio
Padre al Figlio è la parola: Figlio mio! -
E la sintesi del discorso del Figlio al Padre è: Abbàh! Padre mio! – Questa è la parola
che Gesù osserva e per questo rimane nel suo amore. “Osservare” in questo brano significa
mantenere, non perdere. Il Figlio
non perde mai il suo essere Figlio di Dio.
La parola, con la quale Dio
esprime l’ amore al Figlio, è:
Figlio diletto! – Questa parola fu udita presso il fiume Giordano e nella
trasfigurazione. Così il Padre si
rivolse a Gesù, l’uomo di Nazaret, che era anche Figlio di Dio.
Ora (per la redenzione
operata da Gesù e per il sacramento del Battesimo) anche a noi viene rivolta la
stessa parola: Figlio mio
diletto! - Questa parola indica la
stessa relazione di vita e di amore tra Dio Padre e Dio Figlio, tra Dio e
ciascuno di noi.
Per conseguenza, la parola,
con la quale Dio esprime l’ amore verso di noi, è quella stessa del Padre al
Figlio: Figlio mio diletto! – A
questa parola fa eco la nostra, che con Gesù rivolgiamo al Padre: Papà! - Nella lingua materna di
Gesù: Abbàh! - Era la parola tutta
tenerezza dei bambini ai loro papà.
Mai fu rivolta a Dio. Solo
Gesù la usò per primo nella preghiera e comandò a noi di
usarla.
E così si ode in terra la
parola più amorosa e viene rivolta da Dio a noi e da noi al grande e infinito
Dio. Gesù ci ha insegnato che egli
è il nostro papà tenerissimo e amorosissimo. Ce l’ha dato lui con la sua
incarnazione, morte e risurrezione.
L’abbiamo ricevuto con il battesimo e con tutti i
sacramenti.
Ora le parole di Gesù sono
chiare: Non vi chiamo più servi, ma
amici perché il servo non sa quello che fa il padrone, ma a voi ho fatto
conoscere tutto quello che ho udito dal Padre (e che viene sintetizzato in
questa parola: papà, figlio).
Nell’umanità è avvenuta una
rivoluzione inimmaginabile, inconcepibile, inattesa: l’infinita divinità si è aperta tutta
all’uomo; e questi vi è entrato dentro (come un bambino nel grembo
materno). Dentro il cuore di Dio,
possiamo esplorare la divinità senza riserve, senza segreti, senza misteri: Vi ho fatto conoscere tutto quello che
ho udito dal Padre. Come il Figlio
è tutto nel Padre e il Padre è tutto nel Figlio, così anche noi siamo dentro Dio
Padre con il Figlio Gesù, nostro fratello.
Dice Gesù: … ho fatto conoscere a voi. - Conoscere
nella lingua della Bibbia significa sperimentare. Noi sperimentiamo quello che sperimenta
Gesù da tutta l’eternità. Ciò che
egli ha udito, quello che lo dichiara Figlio diletto. E questo Gesù ha comunicato anche a
noi.
Il cielo non è più chiuso. I
misteri sono stati aperti. L’uomo
ha fatto la scalata al cielo, come da sempre ha sognato, ma mai realizzato. Tutto è avvenuto perché Dio Figlio si è
fatto uomo come noi e noi siamo diventati come lui. E’ una realtà operata dalla redenzione e
comunicata dai sacramenti. Questa
realtà è la vita divina! Essa ci introduce in Dio. Noi entriamo dentro di lui, nel suo
cuore e in tutti i suoi segreti.
Non siamo più servi di Dio, ma suoi amici, amati e amati come figli, come
l’unico Figlio che concentra tutto l’amore del Padre.
Ora Gesù dice: Osservate la
mia parola, cioè custoditela e non lasciatela sfuggire. Cioè: dal momento che siete diventati figli di
Dio, fate ogni sforzo per evitare di perdere questa meravigliosa esperienza,
divina esperienza di vita. Potreste
perderla con il peccato mortale che
produce la morte di quella vita divina ricevuta nel
battesimo.
LA SUPREMA FELICITA’ E IL
SUPREMO AMORE
Gesù raggiunse il culmine
dei doni offerti all’umanità quando disse:
Non vi chiamo servi, ma amici perché il servo non sa che cosa fa il
padrone.
E’ la suprema felicità possibile e immaginabile. E’ la stessa gioia e vita che l’
infinito Dio esprime nell’essere
Dio Padre che si dona con amore eterno a Dio suo Figlio; e viceversa di
Dio Figlio nella sua relazione amorosa e intima al Padre.
Non esiste maggior bene di quello che è
la natura divina; e non esiste maggiore donazione di beni tra persone superiore
a quel mutuo dono del Padre e del Figlio.
La suprema felicità di Dio è questa relazione paterno-filiale, è
amare (il Padre) ed essere amato (il Figlio) elevato
all’infinito perché Dio è infinito. Amare, essere amato, essere amore o
Spirito Santo.
DIO FA PARTECIPE L’UOMO DELLA SUA
FELICITA’ DIVINA
Noi siamo stati fatti figli
di Dio come Gesù. L’unica
differenza è che lui è Dio e noi non siamo dèi, ma degli esseri indiati
(direbbe Dante). Siamo fatti
divini come un ferro incandescente che ha tutte le caratteristiche del fuoco, ma
è ferro. Noi siamo così inseriti
nella stessa esperienza di gioia, di vita e di amore tra
Padre e Figlio, partecipiamo alla stessa natura divina, ma come creature;
entriamo nella famiglia trinitaria, pur restando creature. Dio non è
più l’inaccessibile, egli si è fatto uomo e l’uomo è stato fatto dio per quanto
è possibile alla natura umana.
Sono cose inconcepibili, inimmaginabili, insondabili. Noi le vedremo e le godremo
nell’eternità, ma le abbiamo già da ora dentro di noi, nell’intimo del cuore.
Dio ha dato a noi più di quello che
noi stessi non saremmo mai arrivati
a desiderare.
L’anelito dell’uomo a
diventare Dio si è realizzato. Lo
comprendessero tutti superuomini! E non soltanto loro. Tutti abbiamo il desiderio di diventare
come Dio. Esprimiamo questo
desiderio in quella ricerca senza fine di avere sempre maggiori beni. Noi siamo tesi verso l’Infinito ossia
verso Dio perché lui solo è infinito.
Noi desideriamo l’Infinito; e il nostro cuore è inquieto finché non
riposi in Dio.
Dio ha posto nel nostro
animo il desiderio dell’infinito perché intendeva realizzarlo. L’ ha realizzato con la nostra
immersione nella vita trinitaria, nella esperienza comunicata a noi. Ed è questa: di essere Padre che ama,
Figlio che è amato e Spirito che è Amore.
Nessuna felicità superiore si può immaginare. E’ una realtà per i cristiani: basti pensare alla comunione
eucaristica. Con essa ci leghiamo
con Dio Figlio come la Madonna è legata a lui.
La Madonna può dire al
Figlio: O fior della mia pianta. E
Gesù dice a lei e a ciascuno di noi:
Io sono la vite e voi i tralci.
Come c’è un legame reale e vitale tra tralcio e vite così tra Dio e noi,
tra noi e Dio. La comunione è una
realtà in cui Dio fatto carne si fa nostra carne e ci nutre di sé.
Dice Gesù: Se uno mi ama,
osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo
dimora presso di lui. - La
relazione filiale con Dio comporta l’unione vitale e intima con lui alla maniera
della SS. Trinità. Nella famiglia
umana il figlio non è sempre con il padre.
In Dio invece è impossibile che avvenga il distacco perché tra Padre e
Figlio c’è differenza solo personale, non di natura: sia il Padre che il Figlio sono la
stessa, unica e identica divinità.
Per questo Padre e Figlio sono sempre uniti e la loro unione è lo Spirito
Santo amore.
Ora questa stessa sorte è data agli uomini. Chi riceve la partecipazione all’essere
figlio, è sempre unito al Padre come Gesù.
La filiazione comporta quindi la coabitazione vitale o il prendere
dimora.
Dice Gesù: Se uno mi ama e
osserva la mia parola (è fedele alla condizione di figlio), il Padre lo ama e
verremo e prenderemo dimora presso di lui.
L’uomo è chiamato a partecipare alla vita intima e familiare di Dio, non
più come ospite o servo, ma come figlio, intimo, figlio del proprio cuore,
figlio come il Figlio per eccellenza, Gesù.
Anche noi abbiamo la gioia di essere (come il Padre) coloro che amano,
(come il Figlio) coloro che sono amati e (come lo Spirito Santo) l’Amore in
persona; persona divina Amore.
Ogni cristiano, ogni battezzato, che non ha rinnegato la filiazione di
Dio, che ha cioè mantenuto la parola ricevuta quella di figlio (non si è
staccato con il peccato mortale), ogni cristiano è dimora di Dio, tempio di
Dio. Come un bambino nel grembo
materno siamo in Dio: in lui siamo
viviamo e ci muoviamo. Dio non lo
vediamo, ma lo sentiamo, lo respiriamo e lo viviamo. E’ meglio vivere che apparire, avere che
sembrare.
Miliardi di cristiani
formano qualche cosa come miliardi di cellule vive, divine, e sono un solo e
grande organismo o corpo o tempio che si chiama Chiesa. La Chiesa è la dimora di Dio in quella
umanità che vive la sua filiazione, la conserva con amore, la sperimenta con
gioia, ne attende la piena rivelazione in paradiso. Allora finalmente tutti i desideri
saranno appagati in Dio.
Tuttavia già in terra noi possiamo avere un preludio della gioia eterna
nella “pace” che Gesù ci dà con lo Spirito Santo: Vi lascio la pace, vi do la mia pace,
non come il mondo. Il mondo la dà
in superficie e in maniera molto limitata, tanto lontana da quel desiderio di
infinito che invade ogni cuore umano.
La pienezza della pace sarà
in paradiso nella visione piena del nostro essere in Dio e dell’essere di Dio in
noi: questa è la pace.
Già in terra godiamo la pace
mediante la fede e con l’espressione di amore sincero. L’amore è sincero quando è provato con
la croce o sofferenza. Per questo
noi chiamiamo beati quei cristiani (come Padre Pio) che vissero nella pienezza
del divino volere, in mezzo a persecuzioni e sofferenze, esprimendo l’amore
vero, sincero a Dio.
Riferisco una sola esperienza spirituale di Padre Pio. Di tali esperienze le vite dei santi
sono piene e senza numero. Scrive
il Beato: “Mi duole di non sapermi
esprimere, perché si tratta di cose assai alte e segrete. (L’anima sua era
entrata nei segreti di Dio). I
vocaboli mancano per poter ritrarre anche debolmente quello che in questo stato
si passa tra l’anima e Dio. E’ Dio
stesso che opera nel centro dell’anima, ma in maniera così dolce e segreta che è
nascosta ad ogni creatura umana e angelica. In questo stato l’anima è felice perché
sente di amare il suo caro Bene e di essere amata in maniera molto
delicata. Sente che tutto il suo
essere è concentrato in Dio per cui tutto tende a lui solo. L’anima gravita intorno a Dio con una
forza e una prontezza meravigliosa.
E la gioia e la pace sono indicibili.”
Che differenza enorme fra queste esperienze di Dio e quelle delle false
religioni, delle sette, come i Testimoni di Geova, che fanno consistere la loro
religiosità in pratiche umane come nel non mangiare sangue! La Bibbia (Atti degli apostoli, 15)
dice: I cristiani non sono tenuti
alle usanze dei giudei dell’Antico Testamento.
Il paradiso dell’al di là (nel futuro) e quello della interiorità (già
nel presente) vengono chiamati da un testo dell’Apocalisse con il simbolo di
Gerusalemme. Questa città era il
cuore del regno divino nell’Antico Testamento, il simbolo di tutto il popolo di
Dio. In essa il tempio era il luogo
ove Dio dimorava in mezzo al popolo e dava un carattere tutto divino alla città
e alla nazione. Ora il veggente dell’Apocalisse rivela una nuova Gerusalemme, la
Chiesa, il tempio divino costruito dal Redentore con i miliardi di cellule
viventi che sono altrettante dimore di Dio in ogni singola
persona.
Se Dio facesse un mondo di pietre preziose e ricchissimo come dice
l’Apocalisse, non sarebbe minimamente paragonabile a quello che egli ha fatto
nel cuore di ognuno di noi con la sua vita divina. Nessuna ricchezza materiale può
paragonarsi a quelle divine, eterne…
Dunque Dio ha fatto per noi
l’inconcepibile, l’inimmaginabile!
Noi siamo i più grandi fortunati e dobbiamo renderci conto per
ringraziare continuamente Dio, ripetendo, come in Paradiso: Santo, Santo, Santo è Dio, l’infinito,
la meraviglia di amore riversato nella nostra umanità mediante Gesù, Dio fatto
uomo.
Dice l’Apocalisse che la nuova Gerusalemme “scende dal cielo, da Dio,
risplendente della gloria di Dio”:
essa è opera esclusiva della redenzione, opera di pura grazia e dono di
santità perché luogo ove dimora la SS. Trinità. Questa esercita lì il suo amore di
Padre, Figlio e Spirito.
Gerusalemme è luogo di meraviglie insondabili che vedremo e godremo in
pienezza solo in paradiso. Qui in
terra possiamo vederle con la fede, come vediamo Gesù nella santa Ostia
consacrata.
Chi è quel Gesù che è tra
noi, lo potremo dire solo nell’eternità.
Chi è la Chiesa, qual è la sua essenza, la sua bellezza divina e quella
di ogni anima o cellula divina che la compone, Dio solo lo sa per ora. Noi viviamo nella dimensione della
fede. E se questa è forte, viviamo
anche in una visione di gioia e di grande attesa.
“Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e
l’Agnello sono il suo tempio”.
Tutta la Chiesa è dimora o tempio di Dio come l’umanità di Cristo (o Agnello) è tempio in cui abita la pienezza della
divinità. E Gesù è il nucleo
fondamentale ed essenziale della Chiesa.
La Chiesa è in cammino verso
la pienezza della dimora di Dio.
Essa è destinata a
conquistare tutta l’umanità e tutto il cosmo e perciò è vista da ora come
risplendente di luce divina o di divinità.
Quando avremo il corpo risorto e il mondo materiale trasfigurato come
l’umanità di Cristo risorto, allora saremo nella pienezza dello stato della
Chiesa. Ora siamo in via, ma
certamente destinati a quella sorte ben definita e che nessuno potrà mai
ostacolare.
“Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”: il Figlio di Dio fatto uomo è il primo
nucleo della Chiesa, unito strettamente alla Madre immacolata. E’ lui che comunica la sua santità,
bellezza e gioia e la conduce alla pienezza della sua esistenza secondo il
divino eterno piano divino.
O Dio, nostro Padre, manda il tuo Spirito perché ci illumini, ci infiammi
di amore e ci conduca al traguardo finale dell’umanità: Cristo in tutti, Dio tutto in
tutti.