4 DOM ANNO A-BEATITUDINI EVANGELICHE

 

         “Vedendo le folle,  Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.  Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:  Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.  Beati gli afflitti, perché saranno consolati.  Beati i miti, perché erediteranno la terra.  Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.  Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.  Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.  Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.  Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.  Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.  Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5, 1ss).  

 

         Gesù ripetutamente dice:  Beati, beati… Beato vuol dire felice, contento, con il cuore pieno di gioia.  Dunque Gesù ci promette la felicità, e una felicità che arriva alla pienezza del cuore. 

Il contrario della pienezza del cuore è: il vuoto, il fallimento della vita, il non senso dell’esistenza, la disperazione.  Questi sentimenti oggi sono frequenti.  Il mondo è triste perché è lontano da Dio. Non c’è tristezza più acuta di quella senza Dio.  Non c’è gioia più grande dell’amore di Dio.  Dio per il cristiano è talmente vicino da diventare cibo e bevanda di vita nella comunione.  Nessuna persona umana può venire in rapporto così intimo quanto il nostro Dio che si è fatto uomo e poi si è fatto pane per la comunione.

Ma se non c’è Dio, la tristezza presto o tardi invade terribilmente il più profondo di noi stessi.  Allora invano si tenta di vincere la solitudine e l’ amarezza con le risorse mediche, con lo sport, la psicologia, la magia, il denaro, i divertimenti, le discoteche, la droga, l’ alcool, il potere, il successo, l’avere, il piacere…

          Gesù ci indica una strada contraria: invece del potere l’umiltà, la mitezza ( beati i miti, i misericordiosi); invece dell’avere, la sobrietà, l’amore alla povertà (beati i poveri di cuore);  invece del piacere il sacrificio (beati coloro che piangono, gli afflitti, i perseguitati). 

Non si devono disprezzare i beni di questo mondo: la cura della personalità, il denaro, il divertimento, la gioia.  Però l’uomo non è solo corpo, materia, abitante della terra.  E’ anche chiamato nell’eternità e nel cuore di Dio.  Senza Dio c’è l’inferno nel cuore.

Siamo stati creati per una felicità non solo terrena e umana, super-umana, ultra-mondana, per un ideale grande come l’infinito Dio e duraturo come l’eternità che non finisce mai.  La nostra gioia deve essere straordinaria e tale pure è la via che vi conduce.  Questa viene indicata dall’ esempio  dell’ uomo-Dio Gesù.  Egli è uomo, ma anche Dio; divenne crocifisso, ma risorse; subì la morte, ma la vinse per sé e per noi.  Ci invita a ricalcare il suo modo di vivere:  povero di cose terrene, ma ricco di divinità; umile con tutti, ma straordinariamente amato e seguito; perseguitato, crocifisso, ma vincitore della morte, e vive anche ora e per sempre con un corpo umano talmente glorioso che abbagliò il sole a mezzogiorno quando apparve a Paolo.

La Bibbia insegna che la felicità ha queste dimensioni:  1) Godere nello Spirito Santo (Rm 14, 17), 2) nella speranza (Rm 12, 12), 3) nelle tribolazioni (Gc 1,1ss).

La gioia è frutto dello Spirito Santo che abita in noi mediante i sacramenti.  Con lo Spirito Santo entriamo nel regno di Dio che è Gesù in persona, diventiamo suoi consanguinei e partecipi della sua divina gioia di Figlio di Dio.

Però, la felicità piena e totale sarà solo nell’eternità quando parteciperemo alla stessa felicità dell’infinito Dio.  In terra godremo in anticipo ma nella speranza e  soprattutto in proporzione al coraggio nell’ accogliere con fede e con amore le tribolazioni della vita. 

Questo modo di ragionare deriva dalla fede insegnataci da Gesù.  Contro la sua dottrina nessun sondaggio di opinioni può reggere come non regge il mondo su colonne, ma su altra realtà fisica.

L’uomo è materia e spirito, tempo ed eternità, mondo e Dio.  Non si può essere felici se si mortificano le esigenze potentissime dello spirito.  Quando Dio ci ha creati, ci ha messo nel cuore una nostalgia incontenibile di sé, superiore a qualsiasi amore familiare (genitori e figli, sposi e fratelli).  Per questo Gesù dice:  Beato chi ha fame e sete di giustizia (cioè di bontà, di santità, di Dio) perché sarà saziato.  Guai a seguire gli istinti animaleschi dell’uomo, si va incontro a delitti e rovine senza fine.  Dobbiamo ingaggiare una lotta continua contro le passioni disordinate.  Non si può dire che al cuore non si comanda.  Proprio da qui vengono delitti e sofferenze senza nome, disgregazioni di famiglie...  La volontà può compiere miracoli specialmente con l’aiuto dell’Alto.

L’ideale cristiano è molto elevato.  Lo stile di vita è esigente.  Queste esigenze super-umane sono proclamate nelle beatitudini.  Le beatitudini, inoltre, promettono una felicità divina già da ora. 

Infatti, nel testo evangelico delle beatitudini il verbo si trova sia al presente come anche al futuro.  Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.  Beati gli afflitti, perché saranno consolati.  Beati i perseguitati, perché di essi è il regno dei cieli.  Beati voi… quando vi perseguiteranno… grande è la vostra ricompensa nei cieli.  Cielo o Dio è la stessa cosa.  Gesù disse in altre circostanze: Voi avete molta gioia in cielo cioè presso Dio, il centuplo fin da ora e la vita eterna nell’altra.

Ma che cosa esigono e promettono le beatitudini?  Lo stesso stile di vita dell’ uomo-Dio Gesù, la sua stessa divina felicità.  Leggendo attentamente le beatitudini e guardando le altre pagine del Vangelo, ci si accorge che “le beatitudini dipingono il volto di Gesù e ne descrivono la carità” (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1717), la sua bontà, promettono la sua condizione di vita divina ed eterna. 

Gesù era mite e umile di cuore, sensibile davanti al male altrui, misericordioso, generoso, povero nel ricercare beni di questo mondo, avido di compiere ogni bene e la volontà del Padre, “affamato e assetato di giustizia” ossia di santità.  Non aveva una pietra dove posare il capo, ma sapeva bene che il Padre del cielo non fa mancare il cibo neanche agli uccelli e soprattutto riempie di infinito il cuore umano tanto vuoto. 

Gesù era ricco di compassione e diceva:  Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e troverete ristoro per le vostre anime ossia nella vostra vita.  Anche nei momenti più tragici rimase con un animo dolce e amoroso; non si vendicò mai.  Diede la sua vita per la nostra salvezza e la diede con immenso amore.  La vigilia della sua morte dice il Vangelo che era particolarmente gioioso come chi sta per dare il più grande regalo alla persona più amata.  Gesù dava la vita per noi e ci preparava un cibo e una bevanda che è lui stesso in persona nella comunione.  La dolcezza di animo in Gesù era già una felicità difficile a trovarsi in questo mondo, era una beatitudine. 

Le beatitudini descrivono il volto interiore di Gesù e indicano come entrare nel regno dei cieli o di Dio.  Quel regno è Gesù in persona.  

Entrare nella persona di Gesù significa legarsi a lui con una consanguineità vera, reale, viva quale esisteva fra lui e la sua immacolata Madre.  Mediante i sacramenti infatti tutti possiamo diventare corpo e sangue di Gesù come nella santa comunione. 

Se dunque siamo talmente uniti a lui da formare un solo corpo, una sola famiglia, dobbiamo avere gli stessi sentimenti e certamente avremo la stessa beatitudine.

Con il discorso delle beatitudini,  Gesù ci insegna le condizioni per entrare nel regno di Dio e cioè per entrare in rapporto vitale con lui, vivendo gli stessi sentimenti, godendo la stessa pienezza di cuore.

 

Molti non comprendono come si possa essere felici anche nella povertà e nelle persecuzioni.  Perché?  Perché non entrano nell’amore di Dio con tutta la disponibilità della persona e non raggiungono quella altezza alla quale siamo resi capaci con la vita divina.  

Essere poveri nello spirito, cioè nell’animo, nei desideri delle cose terrene, vuol dire  non affidare l’esistenza (molto nobile) a poveri beni economici. Il cuore si riempie solo con l’infinito, eterno Dio.  Ciò che non è infinito ed eterno non ci sazia, ci irrita.  Qualsiasi gioia che finisce o che è limitata lascia insoddisfatti.  Ma infinito ed eterno è Dio solo.

I beni economici hanno una funzione molto limitata nella nostra vita.  Se l’uomo fosse anche privo di ogni risorsa economica, ma avesse il cuore pieno di Dio, sarebbe immensamente più felice di chi è ricco di beni e privo di Dio.  Questo vuol dire beati i poveri in spirito. Si deve essere lontani da quella brama insaziabile che i pagani chiamavano: auri sacra fames = esecranda fame del denaro.

Chi tiene persone in povertà, per il suo egoismo, compie un’azione perversa che Dio riprova e punisce.  Ma chi pensa di arricchire fuori di Dio è il più grande infelice. Solo Dio è tutto; da lui viene tutto; e lui solo deve essere l’oggetto delle nostre aspirazioni, desideri, ricerche, opere, sforzi, conquiste…

  

Una condizione necessaria per essere cristiani (ossia un’altra beatitudine) è: essere miti e non superbi, essere desiderosi o affamati di giustizia cioè di bontà, di santità, non avidi di denaro o di potere e di gloria umana.  

Si deve essere impegnati per il bene di tutti:  misericordiosi, cioè commuoversi delle sofferenze altrui; puri di cuore cioè sinceri davanti a Dio e davanti al prossimo:  non doppi, non ipocriti, non speculatori, ma operatori di bontà, giustizia e pace.

Anche quando si è afflitti, perseguitati e insultati, si deve cercare il bene ad ogni costo.  Non si deve volere il male neanche per chi fa male.  Se il male si detesta,  non si deve volere mai né per sé e neanche per gli altri:  è coerenza.  Chi fa il bene rimane nel bene;  chi emette miele è dolce;  chi emette veleno è avvelenato.  Il male è prima di tutto di chi lo compie.  Non è vero che siano più infelici i perseguitati che i persecutori.  Chi fa il male ha un cuore metallico e non godrà mai la gioia di amare.  Chi soffre impara ad amare sempre più.  Sacrificio, amore e gioia sono inseparabili.

 

Le beatitudini “esprimono la vocazione dei fedeli (di Cristo), associati” alla sua persona (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.1717); devono illuminare “le azioni e le disposizioni caratteristiche della vita cristiana.  Sono anche le promesse paradossali che, nelle tribolazioni, sorreggono la speranza; annunziano le benedizioni e le ricompense già oscuramente anticipate ai discepoli” (Catechismo, ivi).

Le beatitudini contengono promesse paradossali.  Promettono gioia sovrumana in mezzo alle persecuzioni, alle dure prove del vivere quotidiano.  La vita cristiana non è facile, ma è felice (Paolo VI).  

Gesù crocifisso e pieno di amore non era infelice perché aveva la capacità divina di amare fino al limite massimo.  L’amore è la più grande felicità.  Le beatitudini promettono di amare Dio e di amare divinamente.  E’ la massima gioia. 

Ricorriamo all’esperienza dei santi per comprendere come si possa godere in modo divino, e cioè umanamente inimmaginabile, anche in mezzo alle persecuzioni, alle sofferenze e alle umiliazioni in questo mondo.  E poi nell’altro mondo la beatitudine è eterna. 

S. Teresa del Bambino Gesù scrisse:  Sentii un vero amore  per il patire… Il soffrire divenne la mia attrattiva, vi scoprivo un incanto che mi rapiva pure senza conoscerlo ancora…  Sì, veramente è più che un piacere, è un festino delizioso che mi riempie l’anima di gioia.  Non so spiegarmi come una cosa che dispiace tanto possa dare una tale felicità:  se non l’avessi provata non l’avrei creduta. 

Quando si ama una persona è una vera gioia ogni sacrificio.  Quando si ama Dio è una gioia divina soffrire per lui.

S. Francesco d’ Assisi nel momento in cui il Crocifisso gli scolpiva le stimmate sentì nello stesso tempo un dolore e una gioia incontenibili.  Egli diceva spesso:  E’ tanto il bene che aspetto che ogni pena mi è diletto.

Quello che fa soffrire non è il dolore, ma la mancanza di amore.  Quanti sacrifici si fanno e con immensa gioia per chi si ama?  Il detto popolare dice giustamente:  Dove c’è gusto non c’è pendenza.

La gioia in questo mondo è sempre unita a sacrificio e amore.  Il sacrificio distrugge l’egoismo, l’amore diviene perfetto e la gioia è piena.

S. Francesco di Sales scrive:  Gesù non solo ci assicura la felicità nell’altra vita, ma anche in questa ci fa gustare una contentezza di inestimabile valore.  Questa contentezza è tanta che fa arricchire nella povertà (beati i poveri!), aumenta enormemente nelle umiliazioni, ci rallegra fra le lacrime, ci conforta nell’ abbandono; ricrea l’animo nel commiserare i poveri, gli afflitti che ci circondano; dà delizia quando si giunge a rinunziare ad ogni sorta di diletti sensuali e mondani; e conduce alla purezza e alla mondezza del cuore.  Un cuore innocente è un cuore pieno di gioia divina.

 

IN CONCLUSIONE

 

dobbiamo dire che la gioia è amare.  Ci sono tre realtà che non si possono separare:  sacrificio, amore, gioia.  La gioia è frutto di sacrificio, l’amore è vero se unito al sacrificio e la gioia è l’amore puro, pieno, divino.

Qualcuno direbbe:  La gioia si trova in queste tre cose: interiorità (piena di Spirito Santo), eternità (che ci attira e ce ne fa pregustare la felicità) e croce che assicura la verità dell’amore di Dio e del prossimo.