I MORTI SEPPELLISCANO…

DOMENICA XIII

                                                                                          Leggi Luca 9, 51-62 e poi medita con me…

           

            “Mentre stavano per compiersi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo, egli si diresse decisamente verso Gerusalemme”.

            Siamo negli ultimi mesi della vita  terrena di Gesù.  Egli volle compiere un lungo viaggio missionario in molti paesi della Palestina, un viaggio descritto in 9 capitoli (dal c.9 al 18).  Gesù volle fare l’ultimo e grande tentativo per chiamare discepoli e proporre loro di seguirlo.

            Che cosa vuol dire seguire Gesù? 

La risposta è importante perché dobbiamo capire che cosa vuol dire essere cristiani.  Ogni cristiano è stato personalmente chiamato da Gesù e chiamato a diventare suo seguace.   Ogni battezzato è chiamato per nome:  Giovanni, io ti battezzo…  Ognuno è chiamato come i primi discepoli ed è stato scelto per seguire le orme di Gesù.

Il Vangelo, che meditiamo, ci presenta Gesù in cammino, in un lungo viaggio:    “Stavano per compiersi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo.  Ed egli si diresse decisamente verso Gerusalemme”.  Là sarebbe stato crocifisso, là sarebbe risorto.

SEGUIRE GESU’ DUNQUE SIGNIFICA prendere la vita come un cammino verso la morte e la risurrezione a un’altra vita.  Dobbiamo seguire Gesù che è pellegrino in questo mondo, in viaggio verso il Calvario e verso la risurrezione ossia desideroso di sofferenze, persecuzioni, umiliazioni,  morte in croce perché soltanto così può giungere alla vita nuova della risurrezione.

La vita umana in questo mondo è simile a una casa vecchia e impossibile a riparare.  Allora si deve prima demolire fin dalle fondamenta e poi ricostruire.  L’umanità è invecchiata dalla colpa e perciò è necessario distruggerla per ricostruire la nuova umanità fatta a immagine di Gesù, uomo-Dio. Dice la Bibbia:  E’ necessario che si distrugga il corpo del peccato!

Nel progetto di Dio, l’umanità doveva fare una prima esperienza di vita in questo mondo come segno e mezzo per raggiungere la vita definitiva.   La prima vita doveva essere materiale, terrena e temporale.  La seconda doveva essere più spirituale, celeste ed eterna o definitiva.  La prima esperienza di vita doveva dare la possibilità di poter collaborare con il Creatore per costruire insieme con lui la seconda vita, quella definitiva.

Dio ci ha creati dal nulla, ma poiché ci ha creati come persone libere e responsabili, volle che la nostra vita definitiva fosse frutto anche della nostra opera.  Per questo ci diede la prima esperienza di vita con la possibilità che ognuno di noi potesse prepararsi la vita definitiva.

La prima esperienza di vita umana doveva essere come il tempo della semina, della preparazione, della conquista, della creazione del destino futuro ed eterno.  Dio ci ha dato la possibilità di costruirci la vita definitiva con le nostre mani, con le nostre opere.

Gesù facendosi viandante nel lungo viaggio verso Gerusalemme, si presentò a noi come modello di vita. 

La prima norma che ci dà è quella di dirci che non siamo nella vita definitiva, ma in quella provvisoria; non siamo nello stato definitivo della nostra esistenza umana, ma in cammino e in attesa della vera dimora che deve venire.  Non dobbiamo pensare di trovarci nella situazione  stabile di vita qui in terra, ma siamo come viandanti.  Per questa ragione non ci dobbiamo mai fermare finché non abbiamo raggiunto la celeste Gerusalemme. 

Gesù infatti, dice il Vangelo, “si diresse decisamente verso Gerusalemme”.  Non era uno che aveva costruito palazzi per goderli nella vita presente, ma era un pellegrino che non si ferma mai finché vive in questo mondo.  La dimora stabile è in cielo.  Non abbiamo qui la nostra residenza, ma siamo in cammino verso l’eternità. 

Gesù era tutto proteso verso la vita nuova della risurrezione e voleva condurre i suoi discepoli allo stesso stato, a una vita meravigliosa, divina, eterna.  Questo è il punto culminante dei desideri di Gesù:  portare sé alla risurrezione portare con sé tutti i suoi discepoli. 

            Nella prima esperienza di vita, quella terrena, le norme che Gesù assegna ai suoi discepoli con il suo comportamento sono essenzialmente tre:  povertà, castità e obbedienza.          

 

            Povertà.

Dice il Vangelo:  “Mentre (Gesù) andava per la strada, un tale gli disse:  Ti seguirò dovunque tu vada.  Gesù gli rispose:  Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, io non ho dove posare il capo”.  Gesù vive da povero e vuole che i suoi abbiano il minimo indispensabile per restare in vita e non per accumulare ricchezze; che siano viandanti che non possono fermarsi per costruire palazzi; anzi, arsi dal desiderio veemente di incontrare il Padre in cielo, devono correre velocemente verso di lui:  là è la nostra stabile dimora.  La nostra patria è il cielo, insegna la Bibbia, e non questa misera terra.  Il cristiano, anche se ha dei beni, non deve porre in essi il suo cuore, la sicurezza, il suo ideale.  L’ideale del cristiano è Gesù e Gesù crocifisso, nudo, sofferente.

Castità.

            A chi chiede di seppellire il padre,  Gesù dice: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio”.  Secondo Gesù chi vive in questo mondo vive nella morte; per raggiungere la vera vita deve morire a questo mondo ed entrare dove Dio regna, vive e dona vita divina in abbondanza ai suoi figli.

            E che cos’è la morte di coloro che si sentono troppo attaccati agli affetti familiari?  E’ il legame possessivo ai legami di carne e di sangue.  “Chi ama il padre o la madre più di me, dice Gesù, non è degno di me”.  Il vero discepolo del Crocifisso deve essere libero anche dagli affetti e dai condizionamenti della vita in carne e sangue.  Questa è la virtù della castità che regola le relazioni degli affetti e dell’amore familiare.

Gesù dunque non voleva dire che seppellire il padre non sia un atto di pietà doveroso.  Ma si accorse che l’obiettore non era convinto delle proposte divine e straordinarie di Gesù… E voleva prendere tempo per rispondere alla chiamata.

            Obbedienza.

            “Un altro disse:  Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che mi congeda da quelli di casa. – Ma Gesù gli rispose:  Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”.

            Gesù aveva letto nel cuore dell’interlocutore il contrario del modo di “viaggiare” in questo mondo secondo il Vangelo.  Gesù si era diretto verso Gerusalemme (morte e risurrezione) decisamente e non tergiversando.  L’obbedienza alla divina chiamata deve essere immediata, piena e totale…

            Povertà, castità e obbedienza sono tre aspetti essenziali nella vita umana.

            Sono tre atteggiamenti che deve avere la creatura nel rapportarsi con la materia, con il prossimo e con Dio.

            Nei riguardi dei beni materiali, l’atteggiamento della povertà deve fare di noi dominatori della terra e non schiavi delle cose.  Pio XII diceva saggiamente:  Il denaro è un pessimo padrone, ma un ottimo servo.  Se la vita si condiziona in sottomissione ai beni materiali, noi diventiamo schiavi.  E Dio disse creando l’uomo:  Domina la terra, non farti dominare dalla materia.

            Nei riguardi dei legami di carne e di sangue dobbiamo avere l’atteggiamento della castità ossia della sobrietà, del rispetto e non della “carnalità” che causa il diluvio universale, dice la Bibbia.  L’uomo è stato creato uomo-donna non perché uno o l’altro domini, ma perché insieme, armoniosamente si con-dominino.  Disse Dio all’uomo, quando gli creò la donna:  Dominate insieme e non fate in modo da schiavizzare l’uno o l’altra.

            Nei riguardi di Dio la Bibbia dice che dobbiamo essere servi Dio.  Dio solo deve essere il supremo bene a cui tutti devono sottoporsi, perché sottoponendoci a lui veniamo elevati.

            Il cristiano, seguendo Gesù in cammino verso la morte e risurrezione, deve tendere alla distruzione del corpo del peccato.

            Gesù correva verso la morte (verso Gerusalemme) per portare la sua umanità e tutto il genere umano alla morte del male e alla risurrezione di una vita nuova.  Ogni cristiano deve produrre la morte della vetustà del peccato che è in tutti noi.  Dice infatti la Bibbia:  Quanti siete stati battezzati vi siete battezzati nella morte di Cristo, perché come lui risorse così anche voi possiate camminare in una novità di vita.

            Il cristiano dunque è quello che tende a dare morte alle tendenze peccaminose in sé nei tre atteggiamenti verso la materia (povertà), la carne e il sangue (castità) e la sottomissione a Dio (obbedienza). 

Esiste una morte fisica, una mistica e una spirituale.

            La morte fisica è la fine della carriera in questo mondo e l’inizio della seconda e definitiva fase dell’esistenza umana.    Prima che giunga la morte fisica, è necessario che si raggiunga lo stato di morte mistica.  Quanti siamo stati battezzati in Cristo ci siamo battezzati nella sua morte.  Il cristiano, dal momento che entra in Cristo con il Battesimo, deve considerarsi un morto alle cose di questo mondo e deve vivere come se già fosse nell’altro mondo. 

Se la materia (con la povertà), la carne e il sangue (con la castità) e la disobbedienza (con l’obbedienza) non esercitano nessun influsso nel cristiano, egli è misticamente morto con Cristo e vive già della vita divina ed eterna.  E’ già passato dalla morte del mondo privo di Cristo alla vita eterna, è già nel cuore di Dio; è già in paradiso, pur vivendo in questo mondo.  Allora la morte fisica diventerà il giorno natalizio e felice della sua gioia senza fine.

            Ma coloro che fanno della vita un avvoltolarsi nella materia, nel fango e nella chiusura a Dio sono già morti (morte spirituale).  Vivono come drogati, allucinati, annebbiati, disperati, abitatori dell’inferno già da questo mondo.  A questo alludeva Gesù quando disse:  Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti, tu va e annunzia il regno di Dio.

            Al contrario, chi sente la chiamata di Gesù e vi aderisce, è già passato da morte a vita e gode già la gioia della vita divina, anche se ancora sotto i veli della fede e in mezzo ai colpi della sofferenza e della morte mistica da subire continuamente fino alla gloria eterna.

            Diceva S. Francesco d’Assisi:  E’ tanto il bene che aspetto che ogni pena mi è diletto.  Era un discepolo di Gesù, un suo seguace, era un cristiano!  Gesù diceva spesso:  Ho da subire un battesimo di sangue e quanto ardo dal desiderio di subirlo!  Ho tanto desiderato di mangiare la pasqua (della passione e morte).  Sapeva Gesù che il suo sacrificio avrebbe portato un immenso bene all’umanità.

Per ragionare come Gesù e per agire come lui, si deve avere lo stesso animo o sentimento o fervore o visione.  Quale era la forza motrice che spingeva Gesù ovunque perfino alla morte di croce come a una sorte invidiabile al di sopra di ogni possibilità umana?

Dobbiamo dire che era lo Spirito Santo che animava l’umanità di Gesù.  Gesù fu concepito per opera dello Spirito Santo e viveva dello Spirito Santo più che le persone di questo mondo vivono di aria e di luce, di cibo, di bevande, di affetti familiari e di amore…

Lo Spirito Santo gli faceva vedere le conseguenze del suo sacrificio immane sul Calvario:  molti o una grande moltitudine avrebbero seguito il suo esempio e avrebbero compiuto opere di bontà da trascinare il mondo come ha fatto ultimamente Madre Teresa di Calcutta.  Lo Spirito Santo  riempiva il cuore di Gesù con un amore superiore a quello paterno, materno, sponsale e filiale e lo conduceva – come dice il Vangelo – decisamente verso Gerusalemme del suo sacrificio.  Lo Spirito Santo gli mostrava la vera realtà delle persone e delle cose che esistono.

 

Prima di domandarci   se è possibile accettare le proposte di Gesù, bisogna fare una questione di fondo:  Credi tu o non credi in Gesù che è Dio fatto uomo, che conosce la vera realtà delle cose, che ti chiede sacrifici immani, ma anche promette quello che nessuno mai può darti, ma che tutti desideriamo?