IL SANTO FRATE

 UMILE DA BISIGNANO

 

Dal 19 maggio 2002 viene solennemente chiamato santo

 dal Papa Giovanni Paolo II e da tutto il popolo cristiano.

 

         E’ un avvenimento memorabile per la Chiesa universale e soprattutto per la regione Calabria.   Un cristiano dichiarato santo viene proposto a tutto il mondo come modello di vita evangelica.  Un conterraneo elevato agli onori dell’altare è un richiamo affettuoso a seguirlo per raggiungere lo scopo della vita, la santità; quasi volesse dire agli abitanti della stessa regione:  Soprattutto voi potete seguirmi!.

         Dal 1519 (quando fu canonizzato Francesco di Paola) non abbiamo avuto alcun altro calabrese che ricevette lo stesso titolo veramente ambito.  Ora è venuta l’ora provvidenziale di fra Umile.  Chi era?  Che cosa fece per raggiungere una qualifica che ha un valore eterno?

 Per far conoscere la vita del santo frate, ci serviamo del Processo di beatificazione con le testimonianze dei contemporanei e della vita scritta da Padre Gabrielangelo da Vicenza che curò quanto era necessario per la sua beatificazione.

        

        

         La sua vita fino al suo ingresso nell’Ordine dei Frati Minori

 

Fra Umile visse dal 26 agosto 1582 al 26 novembre 1637.  I suoi genitori furono Giovanni Pirozzo e Ginevra Giardino.  Al battesimo ricevette il nome di Lucantonio.  Quando entrò nell’Ordine dei Frati Minori di S. Francesco d’Assisi, prese il nome di frate Umile.

         Lucantonio cominciò a dar segni di santità straordinaria da piccolo con la modestia, l’obbedienza e l’assidua occupazione alle cose dello spirito. 

A tre anni comprese che gli angeli lodano e benedicono Dio.  Si sentiva spinto da un forte desiderio interiore di associarsi agli spiriti beati ripetendo con loro:  “Santo, Santo, Santo è il Signore, Dio dell’universo!”   

           Quando era grandicello e seguiva i genitori nel lavoro dei campi, faceva delle croci sui tronchi degli alberi, si inginocchiava e pregava.  Visitava frequentemente Gesù sacramentato e partecipava alla messa con devozione. 

         Si iscrisse alla Congrega dell’ Immacolata per devozione alla Vergine e anche per avere un aiuto maggiore di crescita spirituale.  Si accostava alla confessione e alla comunione di frequente e con grande preparazione.  Il suo confessore e padre spirituale fu il pio sacerdote don Marco Antonio Solima.

         Il peccato più grave della sua vita era stato quello di non essere entrato subito nella vita religiosa.  La colpa non era sua, perché fu impedito dalla madre e a ragion veduta: era morto il padre e Lucantonio era il primo dei fratelli, l’unico che poteva dedicarsi ai lavori dei campi.

Non perdeva tempo in ozio.  Era sempre occupato nel lavoro o nell’orazione.  Un testimone dice di lui:  Non intesi mai una bugia dalle sue labbra né parole che potevano minimamente offendere la santità di Dio presente in ogni luogo.

 

         Le due sorelle materne di Lucantonio, Livia e Maria, dicono che il loro santo fratello di notte si alzava dal letto e si recava in un luogo sotterraneo della casa per dedicarsi alla preghiera, nonostante la fatica del lavoro giornaliero.  Le stesse sorelle riferiscono che spesse volte il demonio lo disturbava, apparendogli sotto forma di gatto, di cane, di lupo o di altro animale.  Il pio giovinetto gridava a quella vista.  Accorrevano le sorelle e venivano a conoscenza di questi fatti che poi si divulgavano.

         Lucantonio meditava la passione di Gesù, spargendo calde lacrime di compassione.  Una volta gli fu dato di sentire le parole che dissero i persecutori di Gesù, di vedere i suoi tormenti e quelli della sua SS. Madre come se fossero presenti.  Si commosse tanto da piangere lacrime di sangue, lasciando i segni sul fazzoletto.

         Qualche cosa di simile gli avvenne il 1° aprile del 1627.  Era giovedì santo sera.  Interrogato dal suo padre spirituale sulla passione del Signore, la raccontò per filo e per segno come gli era stata rivelata.  Dieci anni dopo, il santo religioso e artista, fra Umile da Petralia, finiva di scolpire il Crocifisso che si trova nella chiesa del convento di Bisignano.  I due frati Umile si saranno comunicate le esperienze spirituali e le hanno lasciate a noi impresse in quel Crocifisso che rivela il dolore e l’amore di Gesù in maniera molto eloquente.    Dalla meditazione della passione di Gesù, il Servo di Dio ricevette tanto ardore di spirito da essere spesso assorto in dolcissima estasi.

         Una volta, mentre era nella chiesa della Congrega dell’ Immacolata, prima di comunicarsi, si scalzò, depose il mantello e si recò all’altare.  Lì fu rapito in estasi e rimase in quello stato finché si comunicarono tutti, ed erano in gran numero.

         Praticava rigorosi digiuni, cibandosi di pane e acqua.  Affliggeva il corpo con cilizi, battendosi con catene.  Partecipava ogni giorno a messa e si comunicava spesso.  Don Orazio La Groppa, già padre spirituale della Congrega, raccontava che Lucantonio, dopo la comunione, andava in giro tra i confratelli della Congrega e con grande umiltà baciava loro i piedi.

         Quando attendeva alla cura dei campi, se per caso i buoi avessero recato alcun danno ai vicini, andava dal padrone per risarcirlo.

         Portava pace nelle discordie, faceva riconciliare i nemici, sollevava i poveri e dava loro quello che sottraeva alle proprie necessità.  Era ardente di zelo per la salvezza delle anime.

         Menava una vita povera, andava vestito molto modestamente, non conosceva il denaro, mai volle averne con sé.   Era sottomesso ai genitori e ai sacerdoti. Custodiva diligentemente la castità.

         Michelangelo e Giovanni Linardo, cugini di Lucantonio, dicevano che quando il Servo di Dio guardava i bovi fu percosso con uno schiaffo da un gentiluomo della città.  Non solo non reagì, ma si inginocchiò e offrì l’altra guancia, come insegna il Vangelo.

         Gradito a Dio, ricevette numerosi doni celesti:  estasi, miracoli.  Guarì immediatamente il cugino Giovanni Battista Cosenza gravemente offeso alle mani e ai piedi.  Attraversò il fiume Crati (allora navigabile) a piedi asciutti.  Un’altra volta, attraversando lo stesso fiume a cavallo, fu assorbito dalle acque.  Con fede invocò:  “Gesù e Maria, aiutatemi!” Fu sollevato dalle acque e uscì dal fiume senza alcun danno.

 

 

         Frate Umile nella vita religiosa

 

         Lucantonio a diciotto anni sentì una voce chiara che lo chiamava a consacrarsi a Dio nella vita religiosa:  “Lucantonio, io voglio essere servito da te”.  Da allora incominciò un genere di vita più ritirato come se già fosse frate.  Si cibò solo di pane e acqua finché entrò in convento.  Il confessore gli comandò di mangiare carne.  Obbedì, ma soffrì fieri dolori di stomaco.

         Ebbe la gioia di visioni celesti.  Un giorno disse a Gesù:  “Tu sei vissuto tra sofferenze, spine e croci.  Com’è possibile che io sia consolato con le gioie che sono proprie dei santi in cielo?”

         Quando rivelò alla madre il proposito di farsi religioso, ella scoppiò in pianto dirotto e lo pregò di aver pietà della famiglia priva del padre (che era morto) e delle sorelle piccole.  Dopo dieci anni poté realizzare il suo sogno.

         Fu vestito del saio francescano e gli fu imposto un nuovo nome:  fra Umile.  Fu mandato a Dipingano per un periodo di preparazione come probando.  Il demonio lo accompagnò per tutto il viaggio come un giovane viandante, tentando di distoglierlo dal proposito della vita religiosa.

         Fra Umile fu mandato nel convento di Mesoraca per l’anno di noviziato.  Alla fine dell’anno, prima di pronunziare i voti perpetui, trovò grande difficoltà a imparare la regola con il pericolo di non essere accolto nella vita religiosa.  Si rivolse alla Madonna con fiducia.  Ed ella, dalla statua ancora presente sopra lo stesso altare, gli disse:  “Non ti affliggere, figlio mio, sarà mio pensiero”.  E così, superata la prova, si consacrò per sempre a Dio nell’ Ordine dei Frati Minori di S. Francesco d’ Assisi.

        

         I primi anni di vita religiosa

 

         I fenomeni straordinari di fra Umile insospettirono i superiori nel timore che si trattasse di opera diabolica.  Rimproverarono e castigarono spesso il pio religioso.  Ed egli accettò con umiltà i rimproveri.  Fu perfino richiuso in carcere in un sottoscala perché sospettato di essere vittima di illusioni diaboliche.         Dio permette le sofferenze dei suoi servi per renderli forti nella virtù, ma non li priva di attenzioni e di consolazioni celesti.

         Il nome di fra Umile cominciò a divulgarsi come quello di un santo.  La gente accorreva a lui per chiedere consigli e preghiere.      La sua vita si alternava  tra le dure prove dei superiori, l’ammirazione della folla, le vessazioni diaboliche, le estasi e le consolazioni celesti.

         La fama di fra Umile si divulgò in Calabria, in Sicilia, in Campania e anche a Roma, dove i Pontefici Gregorio XV e Urbano VIII vollero vederlo e consigliarsi con lui.  La gente accorreva dal Servo di Dio e lo venerava, ma egli si addolorava delle manifestazioni di devozione.  Diceva di ritenersi simile ai condannati a morte condotti al patibolo a furor di popolo.

         Molte persone si recavano nel convento di Mesoraca in cerca fra Umile.  Il Padre Guardiano, per sperimentare la sua virtù, lo rimproverò aspramente perché per colpa sua era disturbata la quiete della casa religiosa.  Gli comandò di uscire dal convento perché indegno di abitarvi e di non rientrare se non dietro suo ordine.  Il superiore, occupato in molte faccende, si ricordò di fra Umile soltanto alle due di notte.  Dolentissimo, mandò subito due religiosi a ricercarlo.  Pioveva a dirotto, ma fra Umile non si bagnò affatto; era rapito in estasi con gli occhi rivolti al cielo e le braccia strette al petto in forma di croce.

         Era stato madato dal convento di Petilia Policastro a quello di Figline.  Il viaggio si faceva a piedi, attraverso la Sila.  Fu sorpreso dalla neve abbondante.  Il Servo di Dio non si preoccupò né del freddo né dei piedi nudi in mezzo alla neve.  Proseguì il viaggio e raggiunse Figline a notte inoltrata.  A mezzanotte la campanella chiamava i religiosi alla preghiera.  Anche fra Umile vi andò, sebbene fosse stanco, affamato e intirizzito dal freddo.  Dio lo premiò in modo straordinario per la sua eroica obbedienza.  Fu rapito in estasi e per quattro ore predicò le meraviglie divine con un’eloquenza che proveniva dall’alto, edificando grandemente i confratelli.

         Fra Umile rifuggiva ogni attestato di lode e attribuiva ogni bene alla benevolenza divina.  Quando implorava qualche grazia per il prossimo, si serviva dell’olio della lampada della Madonna.  Così attribuiva a lei il favore ricevuto.         Aveva un basso concetto di sé, si reputava un grande peccatore e desiderava che tutti lo riconoscessero per tale.

         I frati di Sicilia chiesero al Padre Generale dell’ Ordine che mandasse loro fra Umile.  Al comando del superiore fra Umile si recò in Sicilia accompagnato da fra Domenico di Cutro.  Questi andò mal volentieri e si comportò molto male con il povero fra Umile.

 

         Il santo frate

 

         L’umiltà del Servo di Dio era congiunta a mansuetudine e dolcezza.  Riferisce un testimone del processo:  “Per otto giorni stetti in convento con fra Umile.  Non lo vidi mai adirarsi.  Aveva aspetto sempre affabile.  Mai lo vidi alterato in volto.  Era talmente affabile e piacevole che tutti si intrattenevano volentieri a parlare con lui”.

         Altri testimoni riferiscono:  “Era molto paziente e sopportava allegramente le avversità.  Sopportava persecuzioni con pazienza”. 

         Una testimonianza in prima persona:  “Confesso un mio errore.  Ero giovane, quando mio fratello prese l’abito dello stesso Ordine di fra Umile.  Mi alterai molto di questa decisione e tentai di distogliere mio fratello dal proposito di farsi religioso.  Mi recai personalmente a discutere con lui, ma invano. Lasciai la cella di mio fratello adirato e agitato.  Lungo le scale incontrai fra Umile, gli diedi un urtone e scappai via.  Egli non si disturbò minimamente”.

         Quando lo chiamavano fra Umile, rispondeva:  Io non mi devo chiamare fra Umile, ma fra Superbo.  I superiori mi dettero questo nome non per chiamarmi fra Umile, ma per dire:  Fatti umile!

         Il superiore per provare l’obbedienza di fra Umile, gli comandò che per tre giorni, durante i maggiori caldi estivi, zappasse l’orto senza cappuccio.  Egli obbedì prontamente e allegramente.

         Fra Ignazio di Laurignano, mentre era superiore, disse a fra Umile che non sapeva piantare i cavoli.  Fra Umile si mise in ginocchio e chiese come dovesse fare.  Rispose il superiore che i cavoli si piantano con le radici in alto e le fronde sotto terra.  Fra Umile obbedì.  I cavoli misero subito radici, crebbero a vista d’occhio e il giorno seguente furono dati da mangiare ai frati.  Il sacerdote don Diego afferma di aver mangiato di quei cavoli e che il fatto era noto in città.

         Fra Antonio, fra Simone, fra Tommaso e fra Vincenzo da Bisignano affermano che fra Benedetto superiore della Provincia religiosa, mentre si trovava a Bisignano  disse a fra Umile di recarsi in città a dorso nudo, con una fune al collo e il crocifisso in mano e battendosi il petto con un sasso dicendo a tutti che era un gran peccatore.  Fra Umile eseguì subito l’ordine.  Ma invece di ricevere scherni dalla gente, provocò in tutti sensi di ammirazione e di pentimento.

 

         Povertà di fra Umile

 

         La povertà di fra Umile era tale da non potersene immaginare altra superiore.  Vestiva sempre abiti vecchi.  In cella aveva solo una croce davanti alla quale pregava in solitudine.  Si accontentava di pochi pezzi di pane duro come cibo.  Del pane mendicato usava qualche tozzo dato che si riteneva l’ultimo dei poveri.  Mentre era a Roma fu richiesto più volte dal papa Gregorio XV che cosa desiderasse per sé e per i suoi parenti.  Fra Umile rispose che desiderava solo la benedizione.

         Uno dei testi riferisce:  “Intesi dire dai frati che fra Umile, in viaggio lungo la Sila, fu richiesto dal compagno di qualche cosa da mangiare.  Ma fra Umile non prendeva mai niente per il viaggio, confidando nella divina Provvidenza.  Rispose al suo compagno che ancora non era ora di mangiare e che a suo tempo certamente avrebbero avuto il cibo necessario.  Infatti più tardi videro dentro un pagliaio un vecchio che accolse i frati e diede loro da mangiare.  Dopo mangiato, si accomiatarono con il generoso benefattore e partirono.  Fatti pochi passi, si voltarono ancora verso di lui, ma non videro né il pagliaio, né il vecchio.

         Il padre fra Ludovico da Lattarico riferisce di aver accompagnato fra Umile dal convento di S. Severina a quello di Bisignano, passando per la Sila.  All’ora di pranzo, non avendo nulla da mangiare, disse a fra Umile:  Se tu fossi un santo, mi faresti trovare qualche cibo in questa montagna.  Rispose fra Umile:  Io sono un povero peccatore, ma confidiamo nella divina Provvidenza che non mancherà di soccorrerci.  E infatti subito un giovane di bell’aspetto portò loro pane e vino e ripartì senza far vedere per quale strada si fosse dileguato.

         Un giorno Gesù apparve al suo servo e gli disse:  “Io mi prendo cura dell’Ordine di S. Francesco, però è necessario che i frati si preoccupino di essere fedeli alla povertà che  hanno promesso di osservare”.  Quindi gli comandò di riferire queste parole al superiore.  Replicò fra Umile:  “Signore mio, a me non presterà fede”.  Gesù soggiunse:  “Diglielo alla presenza di due frati e avvertilo che se non porrà attenzione a ciò avverranno dei disordini”.  Obbedì fra Umile, ma non essendo stato creduto, dovette constatare la verità della predizione di Gesù.

 

         Castità di fra Umile.

 

         Fra Giacomo d’ Aiello, suo confessore, diceva che fra Umile conservò intatta la purezza del corpo, del cuore e della mente fino alla morte.  Fra Francesco da Bisignano, un altro confessore del Servo di Dio, diceva che fra Umile era caro alla Madonna per la sua castità.

         Molti frati hanno testimoniato che egli portava il cilizio per domare il corpo e tenerlo santo e consacrato a Dio.  Faceva di tutto per evitare occasioni che potessero oscurare la bellezza della castità.  I suoi discorsi erano modesti;  non si lasciò sfuggire mai parola alcuna contro l’onestà o che avesse ombra di male.

         Diceva fra Marino, compagno di fra Umile, che il Servo di Dio aveva spesso forti tentazioni diaboliche, ma se ne difendeva con fermezza.  Si flagellava per domare gli istinti del male.  Trovandosi di comunità nel convento di Cutro, una notte, prima di andare alla preghiera notturna, lasciò aperta la finestra della cella.  Di ritorno, al chiarore della luna, aperta la porta, vide una donna nuda.  Certamente doveva essere il demonio.  Fuggì subito e si rifugiò in chiesa fino al mattino.

 

         Amore verso Dio.

 

         Era tanto forte il suo amore verso Dio che spesso andava in estasi e talvolta all’altezza di un cipresso.  Allora parlava con Dio in maniera sublime.  Questo lo constatarono i religiosi che vissero con lui.  Il fenomeno si ripeteva frequentemente fino a dare l’impressione che trascorresse la maggior parte del   tempo in quello stato.  Il fenomeno gli accadeva in ogni luogo e in ogni occupazione:  in chiesa, nell’orto, con la zappa in mano…

         Ordinariamente in estasi stava con le mani giunte o in forma di croce, con il capo ora chino e mesto e ora sollevato e giulivo, con gli occhi chiusi o aperti, con il corpo ora in ginocchio e ora in piedi.

         Non aveva altro affetto nel cuore che quello di Dio.  Era sempre raccolto in Dio.  Trascorreva il tempo libero in orazione.  Parlava sempre del paradiso e di Dio.  Dalla sua bocca uscivano parole di spirito.

         Fra Marino di Rossano e fra Piero di Bisignano  raccontano che trovandosi con lui nell’orto del convento, al suono della campana che annunziava l’elevazione, fra Umile,  percotendosi il petto, fu sollevato in aria genuflesso.  Questo avvenne molte volte e perfino di estate, nei momenti più caldi, veniva elevato in alto e restava a lungo sotto i raggi cocenti del sole.

         Aveva il desiderio di andare missionario per spargere il sangue per amore di Cristo.  Dormiva solo due ore la notte e trascorreva il resto del tempo in orazione.  Dormiva a terra senza tavole e senza saccone.  In cella non aveva altro che la croce.

         Fra Guglielmo di Pietrafitta attesta che per otto mesi stette con fra Umile nel convento di Mesoraca.  Il Servo di Dio mangiava una sola volta ogni 24 ore; suo cibo era pane e acqua.  Nel medesimo convento un altro teste afferma:  “Per due anni interi sono stato con fra Umile.  Dormiva un’ ora tra giorno e notte.  Il resto del tempo lo trascorreva in orazione o in estasi.  Partecipava alla prima messa del mattino, si comunicava e andava in estasi fino alle ore 20.  Prendeva un po’ di pane e di acqua e andava nell’orto per poco tempo.  Al suono della campana, che chiamava i frati a Compieta (l’ultima preghiera della sera) fra Umile si recava in coro.  Dopo Compieta andava in estasi fino all’ora della messa del mattino.

         Alcuni indiscreti e increduli, durante le estasi gli bruciarono le mani con candele e lo punsero con spilli.  Fra Umile quando tornava in sé sentiva il dolore e lo sopportava con pazienza.

   

         Carità verso il prossimo.

 

         Fra Umile si rattristava quando vedeva cristiani che non davano a Dio il dovuto rispetto.  Correggeva chi mancava ed esortava tutti all’amore di Dio.  Desiderava che tutti vivessero santamente, e li aiutava con la preghiera e con le penitenze.  Andando per la questua, esortava tutti all’amore di Dio e alla speranza eterna.  Discorreva della passione di Gesù con le lacrime agli occhi.  Si adoperava per mettere pace e portare alla riconciliazione.

         Tre gentiluomini andarono da fra Umile con l’intento di provare la sua santità.  Dopo molte richieste gli dissero:  Ora diteci qualche cosa.  Il Servo di Dio disse che era un cattivo cristiano, uno scellerato, più iniquo di chi aveva offeso Dio per vent’anni e che da venti anni non si era confessato. – La mattina seguente tornò a lui uno dei tre gentiluomini, si inginocchiò ai suoi piedi e disse:  Io sono quel peccatore che non mi confesso da vent’anni e ho commesso tutti i peccati che hai detto.  Ti chiedo di pregare per l’anima mia.

         Alcune volte fra Umile diceva:  Potessi vedere la coscienza mia come vedo quella degli altri!

         Fra Domenico da Cutro aveva tentato perfino di uccidere fra Umile e fu impedito da forza superiore e da due cani che affiancarono il Servo di Dio.  Eppure fra Umile lo trattò sempre con affabilità.  Quando veniva accusato ingiustamente, non diceva una parola di scusa.

         Afferma un teste:  “Venendo da S. Lorenzo, passammo per Tarsia.  La gente uscì dal paese in cerca di fra Umile.  Gli raccontavano le infermità e le sofferenze.  Una settantina di persone lo accompagnarono per oltre tre o quattro miglia.  Lui confortava tutti, dava avvertimenti santi ed esortava all’amore di Dio”.

         Un altro teste afferma:  “Orazio Rossano, mio padre, mi raccontava che più di settanta  persone di Tarsia accompagnarono fra Umile per tre o quattro miglia di strada lungo la campagna.  Fra Umile disse al compagno di viaggio, fra Vincenzo di Bisignano:   Che cosa hai da mangiare?  Metti ogni cosa a terra. – Prese dalla bisaccia quello che era insufficiente per due persone e lo pose sul mantello.  Tutti si sedettero per terra.  Fra Umile fece un segno di croce sul cibo.  Tutti mangiarono allegramente e si saziarono come se avessero fatto un pranzo di nozze”.

         Don Giuseppe Taranto e il signor Ottavio Rende di Tarsia raccontano che alcuni portarono con venerazione nelle proprie case pezzi di quel pane avanzato che si conservò incorrotto per molto tempo.

         Padre Francesco Mendoza, quando era novizio, si slogò un piede e camminava zoppicando.  Fra Umile ebbe compassione del dolore del confratello.  Pregò il Signore che lo guarisse e che il male passasse su di sé.  La preghiera fu esaudita e fra umile per tutta la vita andò zoppicando. 

         La nipote di fra Umile racconta:  “Ritornando il Servo di Dio dalla questua, passava per il quartiere di S. Pietro, vicino alla casa natale.  Mia madre Livia, mia zia Maria e io (che ero piccolina) ci facemmo avanti verso di lui.  Vedendo che la bisaccia era vuota, dissi:  Zio fra Umile,  che cosa mangeranno i monaci?  La bisaccia è vuota.  Ed egli rispose che era pensiero della divina Provvidenza non abbandonare nessuno.  Subito vedemmo tutte noi la bisaccia riempirsi.  Fra Umile si inginocchiò con la faccia a terra per ringraziare la divina Provvidenza.  Alzatosi poi diede a noi un pane per ciascuna.  Mangiammo di quel pane con tutta la famiglia a pranzo e a cena”.

         Fra Domenico da Cutro racconta che nel viaggio in Sicilia alcuni viaggiatori e marinai erano afflitti da gran sete e non avevano acqua dolce.  Fra Umile prese l’acqua marina con un vaso, vi fece un segno di croce e la diede da bere:  era dolce e freschissima.  Tutti restarono stupiti.

 

         La virtù della pazienza.

 

         Nella casa del principe di Tarsia, fra Umile era solo in una camera accanto al fuoco.  Fu rapito in estasi.  Il fuoco gli abbrustolì i piedi senza che egli se ne avvedesse.  Si resero conto i paggi e i servi che corsero in lacrime compassionando il Servo di Dio.  Egli era immobile.  Poi, tornato in sé, fece per alzarsi in piedi, ma cascò per terra fra dolori spasimanti.

         Mentre faceva la questua dell’olio, gli si conficcò nel piede un chiodo dello zoccolo.  Anziché rattristarsi per il dolore, disse al compagno fra Vincenzo da Bisignano:  Fratello, anche questa è una grazia perché posso provare il dolore di Gesù inchiodato in croce.

         Fra Umile era affetto da molte malattie e le sopportava con grande pazienza.  Aveva un corpo molto malato, ma non si lamentava mai.  Subiva le avversità, le tentazioni e le persecuzioni con animo forte e inalterabile.

         Al convento di Cosenza, il suo compagno di viaggio in Sicilia, fra Domenico da Cutro calunniò in vari modi fra Umile dicendo che a Messina aveva dato molti scandali.  Il superiore rinchiuse fra Umile in cella senza badare alle sue infermità.  Dopo lo mandò a Bisignano.  Là lo rimproverò in pubblico per aver disonorato la vita religiosa.  Fra Umile non si risentì del trattamento.  Nello stesso tempo, la città di Messina scrisse richiedendo ancora la presenza di fra Umile perché era stato di edificazione per tutti.  Il superiore decise di rimandarlo con lo stesso fra Domenico.  Questi andava sempre malvolentieri e per questo era adirato con fra Umile.  Sdegnato di quel viaggio, fra Domenico, trovandosi in una cella con la finestra che dava al mare, ebbe la terribile tentazione di buttare in mare fra Umile.  Questi pregava la Madonna e fu difeso da due misteriosi giovani.

         Don Diego Branca e fra Simone affermano che fra Umile subiva molte persecuzioni da parte del demonio.  Resisteva agli assalti infernali e si difendeva battendosi con catene fino al sangue.  Spesso i demoni gli incutevano paura in vari modi.  Fra Umile si abbandonava serenamente alla divina volontà.

         Una volta fra Umile era malato e giaceva a letto.  Il diavolo prese le apparenze di un medico ed entrò nella sua cella.  Il servo di Dio, non avendolo conosciuto, gli rivolse il solito saluto:  Sia lodato Gesù e Maria. – Il diavolo soggiunse subito:  Se vogliamo essere amici, non pronunziare questi nomi. – Fra Umile comprese chi era quel falso medico e lo mise in fuga gridando ripetutamente:  Sia lodato Gesù e Maria.

        

Doni soprannaturali.

 

         Si trovava a Reggio Calabria.  Molta gente corse in convento per vederlo.  L’Arcivescovo, mosso dalla fama della sua straordinaria scienza, fece convocare molti dotti sacerdoti per discutere con lui.  Fra Umile rispondeva con sottili ragionamenti, ma con altrettanta umiltà e diceva:  Posso sbagliarmi, perché sono ignorante in teologia. 

         Padre Adriano da Napoli, trovandosi a Bisignano per predicare in quaresima, volle constatare di persona la scienza di fra Umile.  Dopo molti colloqui, disse:  Ho studiato tanti anni la teologia, ma di fronte a fra Umile sono un ignorante.

         Interrogato dal superiore quale fosse l’opera in cui si manifestava maggiormente la bontà divina, se la passione o il sacramento dell’altare.  Rispose:  Nel sacramento perché qui viene ripresentata la passione di Gesù e inoltre si lascia assimilare.

         Era molto devoto dell’angelo custode e da lui veniva illuminato in molte cose.

 

         L’ ultimo anno della sua vita

 

                                                        fu una serie ininterrotta di patimenti e, per i confratelli, una scuola continua di virtù.  Fra Umile si era ridotto in così deplorevole stato da destare compassione al solo vederlo.  Atrocissimi dolori gli straziavano le viscere.  I rimedi dei medici gli recavano maggiore danno.  Per cinque o sei giorni di continuo non prendeva cibo.  Riteneva nello stomaco soltanto la santa ostia della comunione.  Spesso era l’unico nutrimento.  Si aggiunsero guerre mossegli dagli spiriti infernali con violenza maggiore.  Con urla spaventose procuravano di atterrirlo.  Nella solitudine di una grotta nell’orto trovava un po’ di pace.  Ma anche lì il demonio andava a tormentarlo apparendogli come bestia selvaggia che con le unghie lo graffiava.

         Lo spirito era pronto, ma il corpo era disfatto, l’anima era inondata di gioia.  Era felice del dissolvimento del corpo perché vedeva avvicinarsi il momento di lasciare questa valle di lacrime.  Visioni celesti lo confortavano.  Più volte gli apparve la Regina del paradiso e lo stesso Gesù con angeli e santi.  Le visioni, in genere, seguivano le dure lotte del maligno.  Fra Umile ripeteva senza stancarsi:  Paradiso, paradiso!

         Un giorno era sceso nell’orto e tardava a ritornare.  I frati andarono a cercarlo e lo trovarono tramortito a terra, ansante e contorcendosi come se stesse per esalare l’ultimo respiro.  Condotto in cella, rimase in quelle condizioni per sette giorni.  Gli fu comandato di riferire quale fosse stata la causa di quelle sofferenze.  Rispose che aveva chiesto la grazia di poter soffrire un saggio delle pene dell’inferno e per imitare Gesù che subì atroci dolori per la nostra salvezza.  Dio aveva permesso ai demoni di sfogare la loro rabbia; ma quando fra Umile invocò la Madonna, la schiera dei demoni fuggì.

         Questa fu l’ultima battaglia sostenuta in terra.  Ormai si nutriva solo di acqua.  Era debolissimo.  Ripeteva sommessamente:  Paradiso, paradiso!

Il giorno di tutti i santi fece uno sforzo e scese in chiesa, si comunicò come viatico.  Fu l’ ultimo sforzo del suo fervore.  Per ventisei giorni non provò cibo.  Costretto a prendere una medicina, dopo tre giorni di fieri dolori, la rigettò come l’aveva presa.  Fece la confessione generale e rinnovò la professione religiosa.

La mattina del ventisei novembre, conobbe per ispirazione divina che il superiore era occupato a scrivere lettere per comunicare la sua morte, e disse:  Sta per scrivere che fra Umile è morto.  Che cos’ è adesso fra Umile?  Ora tutti si potranno acquietare e non cercare più fra Umile che è niente!

Fu interrogato dal superiore se desiderava l’olio degli infermi, disse che fin dall’inizio della vita religiosa aveva posto la volontà nelle mani dei superiori e che intendeva fare ancora così.

Poco dopo, stringendo in mano il crocifisso, entrò in agonia.  Alle 9,20, mentre suonava la campana in segno dell’elevazione, spirò con il sorriso sulle labbra.  Era il 1637, aveva 55 anni e tre mesi.

Nello stesso momento, un santo frate del convento di San Fili, Padre Ludovico da Crosia, vide una grandissima luce e in mezzo ad essa, tutto festante e contento, fra Umile, corteggiato da una moltitudine di angeli.  Gli domandò dove andasse.  Rispose:  Al paradiso, al paradiso!.

Alla sua morte avvennero miracoli testimoniati dai contemporanei.  La gente correva in chiesa per vedere fra Umile morto:  lo toccavano, lo piangevano, lo baciavano.  Cercavano di tagliuzzare l’abito per devozione.  Dovettero rivestirlo più volte.  Rimase esposto in chiesa per tre giorni.

 

CHE COSA CI DICE LA VITA DI FRA UMILE CHE ORA LA CHIESA PROPONE ALLA VENERAZIONE DI TUTTI I FEDELI?

 

         L’amore grande a Dio e al prossimo, l’anelito verso i beni eterni, il distacco dai beni terreni, l’amore a una vita sobria, penitente, umile e fervorosa.      

        

                                                                     Frate Francesco Tudda ofm.